Coronavirus, la cura: “L’eparina è utile, ma può causare anche danni”


Eparina per bloccare il coronavirus. Carlo Perno, professore ordinario di Microbiologia alla Statale di Milano, direttore del Laboratorio analisi del Niguarda e virologo tra i più ascoltati ha rilasciato un’intervista a La Stampa sull’uso dell’eparina per il coronavirus. “Ora è diventata di dominio pubblico, ma è uno dei farmaci che proviamo da settimane”, spiega l’esperto al quotidiano.

Ma mette anche in guardia: “Si tratta di un anticoagulante da testare con attenzione perché può bloccare l’entrata del virus nelle cellule, ma fare anche danni”. Si parla tanto di eparina perché “è semplice da utilizzare, ce n’è disponibilità e dà buoni risultati. Altri farmaci possibili sono gli antivirali Remdesivir e Favipiravir e l’antinfiammatorio Tocilizumab”, aggiunge Perno nell’intervista di Francesco Rigatelli per La Stampa. (Continua dopo la foto)






Per quanto riguarda la possibilità di curare i contagiati a casa il virologo spiega che “solo a chi non presenta problemi respiratori il medico potrebbe somministrare in una fase iniziale farmaci come clorochina, azitromicina o antinfiammatori. Per gli altri meglio l’ospedale”. La sensazione è che i contagiati recenti sembrano meno gravi: “Il virus gira di meno, gli ospedali lavorano meglio e le persone stanno attente e appena hanno sintomi si presentano al pronto soccorso”. (Continua dopo la foto)






“Così – dice ancora il virologo – si previene la fase avanzata”. Sulla durata della malattia Perno spiega che prima non si avevano i tamponi. Ora invece “tamponiamo tutti prima e dopo e talvolta il virus resta presente dopo la guarigione clinica. Il che non significa rimanere contagiosi”. Non si sa tuttavia con certezza quando si smette di esserlo, “ma secondo recenti studi da appena guariti o poco dopo non si è più contagiosi”. (Continua dopo la foto)



 


Nell’intervista rilasciata a La Stampa il noto virologo spiega anche che non si è ancora capito quando si diventa immuni ma “è ragionevole pensare che verso la fine della guarigione compaiano degli anticorpi utili in futuro, viste le scarse caratteristiche di variabilità del virus. Anche per questo è utile avviare i test”. Test che, dice ancora Perno, nel suo laboratorio vengono sperimentati alcuni tipi su dei campioni di siero: “Non è necessario che sceglierne uno, basta che funzionino e per questo servono ancora due settimane”.

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