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“Si è dimesso”. Terremoto nel Pd, via un altro big: Schlein adesso è nei guai

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C’è un momento, in politica, in cui il silenzio pesa più di mille dichiarazioni. Si aspetta, si prende tempo, si misura ogni parola. E quando finalmente arriva l’annuncio, non suona mai come una semplice formalità: sembra piuttosto l’inizio di una nuova fase, più fragile e più nervosa. Nel Pd, in queste ore, l’aria è proprio quella.

Perché l’uscita di scena di un volto di primo piano, in un passaggio già delicatissimo per gli equilibri interni, rischia di aprire discussioni e tensioni che a Roma avrebbero preferito evitare. E infatti la notizia arriva con un tempismo che dice molto: dopo le urne, a giochi fatti, quando non c’è più bisogno di tenere tutto insieme “per il bene della campagna”.

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Il colpo arriva dal Nord-Est: cosa sta succedendo in Veneto

Il terremoto politico, stavolta, parte dal Veneto. E coinvolge direttamente una delle figure più note dell’organizzazione dem sul territorio. Il senatore veneziano Andrea Martella ha rassegnato le dimissioni da segretario regionale del Partito Democratico Veneto. Un addio che, al di là delle formule e dei comunicati, segna un passaggio pesante per il partito.

L’annuncio è stato diffuso con una nota ufficiale subito dopo la chiusura dei ballottaggi delle amministrative. Una scelta non casuale: il gesto, formalizzato già il 3 giugno nelle mani della presidente dell’Assemblea regionale e del tesoriere, è rimasto coperto fino alla fine del voto. Tradotto: prima la stabilità, poi la resa dei conti.

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“Nessuna rottura”: la versione di Martella (ma le domande restano)

Nel suo racconto, Martella prova a spegnere sul nascere l’idea dello strappo con Roma. Niente drammi, nessun regolamento di conti, nessuna frattura insanabile con la linea nazionale: le dimissioni vengono descritte come un passaggio “fisiologico”, legato alle scadenze statutarie e a un cambio di fase già previsto.

Con la fine della tornata amministrativa, spiega, si chiudono anche i mandati di segretari provinciali e circoli. E si entra nella fase che, nel Pd, è sempre quella più delicata: il congresso. Quello in cui si ridefiniscono equilibri, pesi, alleanze. E in cui, spesso, emergono le tensioni che prima si tenevano sotto traccia.

Il passo indietro e la promessa: “Io resto, ma altrove”

Martella, però, non esce di scena. Nella nota ringrazia “donne e uomini” che hanno condiviso anni di battaglie e rivendica il lavoro di radicamento sul territorio. Ma chiarisce anche che la sua azione proseguirà, con un altro ruolo, nel Consiglio comunale di Venezia, dove intende concentrarsi sul coordinamento dell’opposizione e su proposte alternative per la città.

Il punto politico, però, resta: lasciare la guida regionale in questo momento significa togliere al Pd veneto un perno di mediazione. E costringere il Nazareno a tenere gli occhi spalancati su quello che succederà nelle prossime settimane, per evitare che una transizione ordinata si trasformi in una battaglia interna.

Dietro l’addio: il clima dopo le amministrative

Il contesto in cui matura la decisione è quello di una tornata amministrativa intensa. I risultati definitivi vengono letti come complessivamente positivi dal campo progressista in alcuni comuni, in particolare Monselice e Castelfranco Veneto. Nella narrazione ufficiale, sarebbero segnali di un lavoro paziente, costruito nel tempo. Ma chi osserva da fuori (e anche chi vive il partito da dentro) sa che i numeri non bastano mai a raccontare tutto. Perché insieme ai risultati, spesso, emergono anche la stanchezza, la fatica organizzativa, la pressione delle correnti. E la richiesta, sempre più forte, di un rinnovamento che non sia solo di facciata.

Con le dimissioni del segretario regionale, si apre ufficialmente un periodo di confronti che promette di essere acceso. Martella chiede “massima responsabilità”, invita a evitare personalismi e frammentazioni, ma è chiaro che la partita vera inizia adesso: definire un nuovo profilo politico per il centrosinistra veneto e rinnovare la dirigenza a tutti i livelli. In una regione dove il centrodestra conserva storicamente un’egemonia solida, ogni passaggio interno pesa doppio. E per la leadership nazionale, già impegnata a tenere insieme anime diverse, quello che accade sul territorio non è mai solo locale. È un segnale. E a volte, un avvertimento.


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