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Cartabianca, Giuseppe Conte massacrato in diretta

In studio l’aria era quella delle serate tese, quando tutti parlano con educazione ma si capisce che basta una parola di troppo per far saltare il banco. A Cartabianca il confronto è partito dai risultati delle amministrative e, minuto dopo minuto, è diventato una di quelle discussioni che ti restano addosso. Perché a un certo punto è arrivata una battuta, secca, tagliente, impossibile da ignorare.

Davanti a Bianca Berlinguer, Giuseppe Conte e Mario Sechi hanno incrociato le armi sul tema che più brucia nel campo progressista: la sconfitta e le sue ragioni. Toni controllati, sì, ma la sostanza era durissima. E quando la conversazione si è spostata su Venezia, la serata ha cambiato passo.

Il caso politico della notte è stato proprio il voto in Laguna. Il centrodestra ha portato a casa un successo netto: Simone Venturini ha vinto al primo turno con il 51%, mentre Andrea Martella, candidato del Pd, si è fermato al 39%. Numeri che hanno sorpreso molti, anche perché alla vigilia circolavano sondaggi capaci di raccontare un finale diverso.

Sechi, direttore di Libero, ha letto quella sconfitta come il frutto di una scelta politica precisa. Secondo lui, il centrosinistra avrebbe cercato consensi puntando anche su una rappresentanza “identitaria”. Ed è qui che, in diretta, è arrivata la frase destinata a incendiare lo studio.

“C’è una bella differenza tra il Canal Grande e il golfo del Bengala”. Una battuta folgorante, di quelle che spaccano la conversazione in due: prima e dopo. In pochi secondi la discussione è diventata molto più di un commento elettorale, costringendo Conte a reagire sul terreno più delicato: diritti, cittadinanza, legittimità.

Giuseppe Conte ospite a Cartabianca durante il botta e risposta con Mario Sechi


Conte ha replicato provando a spostare il punto sui principi: se i cittadini sono italiani, ha sostenuto, hanno pieno diritto a candidarsi e partecipare alla vita politica. Ha tirato in ballo la Costituzione, i valori democratici, il rispetto dei diritti, anche delle donne, lasciando intendere che quel tipo di ragionamento rischi di scivolare in una zona pericolosa.

Per l’ex presidente del Consiglio, non può essere l’origine familiare o culturale a diventare un marchio, né un argomento per mettere in discussione la piena legittimità politica di chi vive e vota in Italia. Il messaggio era chiaro: qui non si parla di tattica elettorale, ma di **dignità e cittadinanza**.

Sechi, però, non ha accettato l’impostazione. “Lei sa bene che non è questione di italiano o no”, ha ribattuto, provando a riportare la discussione sul piano politico: la critica, nella sua lettura, era rivolta alla strategia del centrosinistra e al modo in cui avrebbe costruito la propria offerta elettorale. Non una contestazione giuridica, ma una scelta di campo.

Eppure, in studio, la sensazione era quella di due binari che non si incontrano: Conte ancorato ai principi e Sechi concentrato sul messaggio politico e sulla narrazione. Una frizione che, inevitabilmente, ha alzato la tensione. Anche perché la serata non si è fermata a Venezia.

Con l’atmosfera già rovente, il confronto si è allargato al governo e alla situazione economica. Conte ha accusato Giorgia Meloni di non aver portato, in quattro anni, una vera misura capace di far crescere il Paese. Secondo lui l’unico dato davvero aumentato sarebbe stato il peso politico di Fratelli d’Italia, non la forza economica dell’Italia.

Sechi ha respinto la lettura e ha provato a inquadrare il tema in modo più ampio, parlando delle difficoltà dell’intera Eurozona. Ha riconosciuto alla premier il merito di aver sollecitato la Commissione europea a essere più incisiva, in un contesto dove la competizione globale corre: da una parte la supremazia tecnologica degli Stati Uniti, dall’altra l’avanzata della Cina su manifattura e automotive.

In mezzo, ha insistito Sechi, un’Unione europea troppo concentrata sulle regole e troppo poco sulla crescita. E intanto, nello studio di Cartabianca, quella battuta iniziale continuava a fare da eco: perché a volte basta una frase per spostare tutto, e lasciare il pubblico a chiedersi dove finisca la politica e dove cominci, davvero, qualcos’altro.


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