Dimissioni di Ignazio Marino: perché il sindaco di Roma è stato costretto ad arrendersi


 

Alla fine Ignazio Marino non è riuscito a spuntarla: la sua esperienza da sindaco di Roma – inaugurata come innovativa e diversa nel 2013 – finisce qui. Troppe polemiche hanno “destabilizzato” il suo mandato. A imprimere una accelerazione è stato il suo stesso Partito democratico che, negli ultimi giorni, sembrava aver già deciso di “scaricarlo”. E così è andata, nonostante il ruolo da “peace-keeper” svolto da Matteo Orfini tra l’inquilino del Campidoglio e il premier Renzi che, settimane fa, aveva “minacciato” Marino: “O è in grado di governare la città o va a casa”.

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Troppi casi durante i suoi due anni di mandato: dallo scandalo di Mafia Capitale al funerale show dei Casamonica, fino alla polemica sul viaggio negli Usa in concomitanza con quello di Papa Francesco e, da ultimo, quello “scontrino-gate”, delle sue note-spese per cene da lui definite “istituzionali”, che lo ha definitivamente travolto. I diretti interessati, ristoratori e presunti commensali, lo hanno smentito.

L’annunciata restituzione da parte del sindaco, della carta di credito e dei 20mila euro spesi ufficialmente per quelle cene non avrà alcun effetto ai fini di una eventuale valutazione della posizione, dal punto di vista penale, del primo cittadino. Lo ha chiarito la procura di Roma dove da martedì c’è un procedimento, ancora a carico di ignoti e senza ipotesi di reato, scaturito da due esposti, quello di Fratelli d’Italia e l’altro del Movimento 5 Stelle. Ma Marino è stato vittima del fuoco amico, compresa la revoca della fiducia da parte dei consiglieri di Sel.

In tarda mattinata, poi, l’assessore alla Mobilità, Stefano Esposito, ai microfoni di Sky tg24, ha ammesso che non ci sono “grandi possibilità per andare avanti”. Poi ancora più duro: “Roma ha bisogno di una giunta autorevole” e non “di finire tutti i giorni sui giornali per una questione di scontrini”. L’ultimo entrato in giunta, Esposito per l’appunto, chiude la porta.

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