Negli ultimi anni della sua vita, Ornella Vanoni aveva fatto ciò che pochi artisti, e ancor meno persone comuni, riescono ad affrontare con tanta lucidità: parlare della morte con naturalezza, senza timore, quasi con una saggezza conquistata passo dopo passo. Dopo decenni di palcoscenici, sale d’incisione e amori tormentati, la cantante milanese aveva imparato a convivere con il tempo che passa, trasformando la vecchiaia in un’osservazione continua di sé e del mondo. Il suo rapporto con la fine, maturato lentamente, era diventato un tassello fondamentale della sua narrazione pubblica, tanto da accompagnare le sue ultime apparizioni televisive con una serenità sorprendente. Chi la seguiva aveva imparato a riconoscere quel sorriso ironico, leggero, con cui la Vanoni riusciva a parlare di ciò che per molti resta un tabù.
Negli ultimi mesi, soprattutto durante le interviste, Ornella aveva raccontato senza esitazioni di sentirsi ormai vicina a quel momento, non con paura ma con un senso di equilibrio che aveva conquistato attraverso un lungo percorso personale. A Vanity Fair aveva spiegato: “Il giorno che arriverà la affronterò come tutti. Mi tranquillizza che, oggi, non ci sia più la sofferenza prima di morire: oggi ti fanno la morfina e non senti più niente. Si muore dolcemente“, soffermandosi su un’idea di morte pacificata, priva di angoscia. A Verissimo, seduta davanti a Silvia Toffanin, aveva aggiunto un altro tassello importante: “La morte fa parte dalla vita, da ragazzi non ci si pensa poi si arriva a un’età in cui ci si pensa. Io so che non ho di fronte a me mille anni, però bisogna vivere ogni giorno“. Parole che, riascoltate oggi, sembrano il manifesto di un modo di stare al mondo sempre più essenziale.
Ornella Vanoni, le cause della morte: come se n’è andata

Ornella Vanoni, come voleva il suo funerale
Quella consapevolezza era culminata in un’altra dichiarazione, pronunciata a maggio di quest’anno, quando la cantante aveva parlato apertamente del confine ormai vicino: “La morte è vicina, ed è semplice per me affrontare l’idea. Ho quasi 91 anni, non desidero vivere troppo a lungo, voglio continuare solo finché posso contribuire e ricevere qualcosa dalla vita. Quando questo equilibrio verrà meno, non vorrò più esserci. Oggi, però, sono serena“. Una serenità adulta, conquistata senza rinunciare all’ironia che l’aveva sempre accompagnata, e che si percepiva chiaramente anche quando discuteva dei dettagli più pratici, persino del suo stesso funerale.

Con il suo stile diretto, Ornella Vanoni aveva infatti organizzato tutto con minuzia, trasformando un argomento doloroso in un momento di affetto e complicità con le persone care. Raccontava con leggerezza la promessa fatta al trombettista Paolo Fresu: “A Paolo Fresu ho chiesto: ‘Senti quando muoio tu suoni durante il mio funerale’ e lui mi ha detto ‘Se muoio prima io canti tu, ok?’. E io gli ho risposto di sì“. Una scena che oggi sembra un piccolo atto teatrale, tenero e malinconico. Anche la parte materiale era stata definita con precisione, secondo il suo spirito pratico e anticonformista: “La bara deve costare poco perché tanto va bruciata. Poi buttatemi nel mare, quello che vi pare. Mi piacerebbe Venezia però fate come volete. Il vestito ce l’ho, è di Dior, fa una bella figura“. In queste parole si ritrovano insieme estetica, lucidità e libertà: la sintesi perfetta di ciò che Vanoni è stata.

E mentre osservava con serenità il traguardo che si avvicinava, la cantante non nascondeva le difficoltà fisiche della vecchiaia. Parlava spesso della noia dei momenti in cui il corpo non le permetteva più tutto ciò che avrebbe voluto fare. “A casa mi annoio, non so giocare a carte e infatti me l’avevano detto che avrei avuto una vecchiaia brutta, poi non so fare la maglia faccio dei buchi tremendi“, diceva ridendo, consapevole degli acciacchi ma senza farsene travolgere. Anche dentro quella fragilità riusciva a trovare spazi di leggerezza, di autoironia, come se trasformare la mancanza in racconto fosse il suo modo per restare viva.
Il tempo libero, quando il fisico glielo concedeva, lo riempiva con ciò che amava di più: storie, immagini, parole. A Vanity Fair aveva confidato di aver trovato compagnia nelle serie tv e nei libri: “Ogni tanto guardo qualche serie, ho amato molto quella di Valeria Golino, L’Arte Della Gioia. Le guardo la sera, il giorno, se posso, leggo“. Un’abitudine semplice, quotidiana, che raccontava uno dei lati più intimi della sua esistenza, lontano dai riflettori ma non per questo meno prezioso.
Ora che Ornella Vanoni non c’è più, restano queste parole, dense di vita e di coraggio, a testimoniare la sua capacità di guardare la fine senza abbassare lo sguardo. E forse, proprio in questo sguardo limpido, risiede l’eredità più vera che lascia: un invito a vivere ogni giorno con la stessa limpida onestà con cui lei ha saputo raccontarsi fino all’ultimo.


