“Dimostrami di non essere frocio”: dipendente gay costretto dal datore di lavoro a unirsi con una prostituta


Un fatto assurdo, di omofobia e totale violazione dell’identità personale. Lo racconta la stessa vittima: “Sono stato obbligato ad andare con una prostituta per dimostrare al mio capo di non essere gay”. La storia, raccontata dal Resto del Carlino, è quella di un cuoco di Rimini, omosessuale dichiarato, al quale il proprio datore di lavoro aveva chiesto di provargli “di essere uomo”. La sera del 20 dicembre il cuoco, dopo essere stato appellato con epiteti come “frocio” e “ricchione”, è stato invitato con insistenza a prendere una prostituta per strada. Lui, dopo aver tentato una resistenza, è stato pervaso dal timore di perdere il posto di lavoro e ha dunque acconsentito alla orribile richiesta. Si è messo dunque alla ricerca di una lucciola alla quale ha spiegato la situazione. Lei ha accettato e si sono appartati in uno stanzino, dove il ristoratore entrava ripetutamente per verificare “che tutto fosse ok” e continuare a umiliarlo. Il tutto, peraltro, dinanzi alla quasi totale indifferenza degli altri dipendenti del locale, eccetto uno di loro che si è allontanato sconcertato. Tutti gli altri hanno iniziato a domandare alla prostituta se l’uomo fosse veramente omosessuale. Poi pure la beffa.

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Dopo due settimane il cuoco è stato licenziato ricevendo un assegno di 1.400 euro che, come non bastasse, era scoperto. A quel punto la decisione di andare dai carabinieri per denunciare il titolare per minacce e ingiure, richiedendo, tramite il suo avvocato, un risarcimento dei danni sociali e psicologici.

“Mamma sono gay”. Ma lei: “Tranquillo, anche io…”

“Siete gay non potete donare. Abbiamo buttato i vostro sangue”

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