Le viene diagnosticato il cancro: inizia la sua battaglia e alla fine riesce a sconfiggere la tremenda malattia. Il suo unico desiderio era quello di tornare il prima possibile alla sua vita. Questo, però, non accade. Cosa le hanno fatto


 

Questa è una storia davvero assurda e che ha sconvolto tutti, se non altro per la crudeltà e la freddezza di un sistema che sembra sempre meno in grado di capire, interpretare e leggere le situazioni singole di ogni cittadino. I calcoli, molte volte, andrebbero pesati e fatti sulla base di dati che tengano conto di tanti altri fattori. Questa è la storia di una cinquantatreenne veneta che dopo un’estenuante battaglia contro il tumore, che l’aveva colpita lo scorso anno, era riuscita a vincere sul cancro e a guarire, pronta per tornare sul posto di lavoro che nel corso degli ultimi 6 mesi aveva un po’ trascurato a causa di questa malattia che l’ha costretta a operazioni e sedute di chemioterapia necessarie per la cura del tumore. Trascorsi così questi 180 giorni, P.B. era dunque pronta a tornare sul posto di lavoro e ricominciare con la propria vita da commessa nel piccolo supermercato a conduzione famigliare dove lavora già da 14 anni. (Continua a leggere dopo la foto)








Un errore burocratico, però, l’ha portata a perdere il lavoro a causa delle troppe assenze per malattia, che l’hanno portata a superare il cosiddetto “periodo di comporto” per malattia previsto per legge, che non può superare i 180 giorni annui. P.B. questi giorni li ha invece superati e non chiedendo, come da legge, l’aspettativa non retribuita per le ulteriori giornate fuori dal comporto, si è ritrovata a essere licenziata per giusta causa dal proprio datore di lavoro.

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La donna ha spiegato di  non essere a conoscenza della procedura burocratica che avrebbe dovuto avviare e che ha pensato solo a curarsi per poter tornare alla propria vita il prima possibile, sottolineando che essendo il rapporto con i propri datori di lavoro fondato sulla parola, pensava che i certificati medici comprovanti il suo reale stato di salute oltre che la telefonata che aveva avvertito i proprietari della sua guarigione e del fatto che di lì a pochi giorni sarebbe tornata a lavoro potessero bastare. Invece no, poco prima di rientrare P.B. si è ritrovata con una lettera di licenziamento in mano.

 

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