Tre anni fa i medici furono costretti a amputarle una gamba. Fu una delle vittime degli attentati alla maratona di Boston, ma lei, ex ballerina professionista, non si è mai arresa e ora…


 

Quel giorno di tre anni fa. Era il 23 aprile del 2013 e c’era aria di festa. Boston, Stati Uniti, la maratona più antica del mondo con la gente aggrappata sulla collina “spezza cuore” per vedere atleti di ogni razza, credo e cultura che corrono insieme. Sorrisi e scolaresche, poi un suono sordo che taglia tutta la città: e la paura ed il terrore.

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Tre persone restano stese sull’asfalto, sotto la grande biblioteche con i nomi di chi, il mondo, lo ha innalzato dal suo stato di ferinità, un brutto scherzo del destino.  260 finiscono in ospedale, tra l’oro anche Adrianne Haslet, 35enne ex ballerina professionista che, quel giorno maledetto, ha sacrificato una gamba alla vigliaccheria di uomini col volto fasciato. Un colpo dritto al fegato, di quelli che tolgono il respiro e ti fanno pensare che poi, sdraiti a terra, pure se con il sudore che si mischia al sangue sulle labbra, forse tanto male non si sta.

Ma non lei, Adrianne, che non si è arresa. Passo dopo passo. Attimo dopo attimo è tornata a correre grazie ad una protesi in fibra di carbonio. Da sola, senza avere gli amici o i fratelli a fianco, in una di corsa benefica per la raccolta fondi di Limbs for Life, una onlus che fornisce protesi a chi non può permettersele. No, il 23 aprile non hanno ucciso la speranza, l’hanno solo umiliata perché potesse brillare più forte.

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