“Voglio andare a casa!” Domenico Diele concede una lunga intervista dal carcere dove è rinchiuso. “La droga? Dico tutto, ecco cosa è successo quella notte”


 

“Quando sto al buio, in cella, risento la scena dell’impatto. Continuamente mi tormenta il fatto che su quell’autostrada, dov’era tutto scuro, io non ho visto quella donna”. Domenico Diele, l’attore finito in carcere con l’accusa di omicidio stradale, è aggrappato a una nuova parola, come un ammalato grave alla terapia. Ripete spesso quel termine di cui, nella vita di prima, ignorava l’esistenza. “Il braccialetto: perché non arriva? Come mai non ce ne sono?”. E poi dalla sua vita devastata dice, idealmente, ai ragazzi: “Non fate come me. Non pensate che la droga sia una cosa da niente. Anche se io so che l’incidente maledetto non è successo per quello”. L’interprete in ascesa, il volto dell’agente Luca Pastore in ‘1993’ la serie tv di Sky, in una notte di follia ha ucciso Ilaria Dilillo, 48 anni, e distrutto anche ciò che aveva costruito. Aveva fatto uso di droghe, secondo la polizia (test positivi a cannabis ed eroina), era certamente senza patente (già sospesa) e con l’assicurazione scaduta, e nonostante questo aveva fatto in auto, con la sua Audi A3, da Roma a Potenza e da Potenza a Roma, per il matrimonio di un cugino. (Continua a leggere dopo la foto)



“Lo so, pagherò tutto”, mormora adesso Diele. “Avrò un processo, pesano i miei errori. Ne ho commessi. Ma il giudice ha deciso di mandarmi agli arresti domiciliari, otto giorni fa. Non posso andarci, mi spiegano, finché non arriva questo anello con un microchip che ti mettono addosso. È vero che non se ne trovano, che ce ne sono così pochi?”. Altro ritmo ha la vita segnata dall’orologio del carcere. Altro ancora, è il tempo infinito del dolore in cui è piombata la famiglia Dilillo, dove sono rimasti solo il padre e il fratello a piangere Ilaria, carabiniere in pensione il primo, carabiniere in servizio l’altro. “Non posso dormire la notte. Non ci riesco”, dice l’attore. “Mi vengono incontro quelle immagini, anche se non ci capisco niente. Io resto convinto, l’ho detto e ridetto alla polizia e al giudice, che non c’entrava la cannabis, non c’entra la roba che avevo assunto giorni prima. C’entra la maledetta assurda circostanza che mi sono forse chinato a vedere un cd sul display”. (Continua a leggere dopo le foto)



 

Il suo conforto? “Sono venuti a trovarmi mio padre, mia madre, mio fratello che fa l’avvocato”. Una volta sola ha visto la sua fidanzata, una storia semplice, tenuta riservatissima, con Lavinia. “I miei mi hanno portato libri di storia, i Romani, cose antiche – accenna un mezzo sorriso – Però, quando sarà possibile, andrò ai domiciliari con mia nonna”. A Roma, l’anziana e volitiva signora ottantenne rappresenta per Diele “il ricordo di un’infanzia felice a Siena”. Poi… “Quando ho cominciato con le droghe? A Roma”. Si incupisce, basta. Tutto all’aria (anche) per la sua dipendenza da cannabis, eroina, forse coca, altra sostanza che gli hanno trovato in macchina. “Non devono fare come me. Ecco cosa vorrei dire ai ragazzi. Ma io, ora, non posso dare consigli”.

 

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