Ecco l’11 settembre europeo: perché l’attentato di Parigi ha un significato enorme


L’attentato di Parigi ha risonanza mondiale e non può che essere questa l’interpretazione più corretta e non solo una questione pratica di opportunità nella lotta al fanatismo religioso armato. Se i principali leader occidentali si stringono attorno al dolore della Francia è a causa dei valori in gioco. Che sono altissimi e non a caso l’obiettivo è stato individuato in un giornale satirico “colpevole” di avere criticato gli eccessi di una fede religiosa. Un aspetto, questo, che gli europei non mettono in discussione e lo si comprende agevolmente nelle critiche che anche in Italia vengono mosse spesso a decisioni delle gerarchie ecclesiastiche, pur avendo il nostro paese un legma culturale e sociale solido e fortissimo con la Chiesa cattolica. Si può criticare, si deve, quando occorre. Un fatto di libertà di espressione e di critica. Di libertà nel senso più ampio del termine.

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Non esagera Ernesto Galli della Loggia che, dal Corriere della sera, parla di “11 settembre europeo” perché il Vecchio continente – culla di democrazia e libertà – è stato colpito al cuore, nel profondo del suo spirito di libertà e democrazia. Perché dovrebbe essere vietato o inopportuno criticare una religione laddove mette la donna in secondo piano, spesso sottomessa e strumento dell’uomo? E, ancora, perché non si dovrebbero sottolineare gli eccessi del fanatismo? Soprattutto se una strage – 12 persone uccise in un giornale, non va dimenticato – viene completata, corredata da un “Allah è grande, abbiamo vendicato Maometto”. Aspetto terribile, troppo lontano da una impostazione di vita, la nostra, conquistata nei secoli proprio abbattendo pensiero unico, totalitarismi e oscurantismo di ogni sorta. Ed è per questo che mille volte ancora capiterà di muovere critiche a chi trasforma una fede religiosa nella ragione di contrapposizione e lotta.

Senza, però, cadere nel qualunquismo populista altrettando squallido e anti-storico del “tutti a casa, portano il terrore in casa nostra”. Perché questo genera, a sua volta, odio. Ciò che va con forza sottolineato è che l’Europa non può cambiare, che un giornale non può essere imbavagliato se “osa” criticare ingiustizie sociali e umane. Quella di Parigi, seppure triste e drammatica, è una lezione, un momento di riflessione su standard di libertà e democrazia che non possono essere ridotti. Dalla politica come dalla religione.

E devono impararlo, adesso, anche in quel mondo che rischia di diventare bersaglio facile e ingiustificato del fanatismo al contrario: le stesse comunità islamiche – nei loro paesi come in Occidente – hanno un’altra occasione per ribellarsi al fanatismo. Subito. Condannando le esagerazioni e la violenza. Perché il rischio è altissimo: lo scontro tra civiltà va evitato.

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