A cosa mi è servito correre per tutto il mondo


È di un’intensità disarmante questa poesia carica di malinconia  della poetessa portoghese Maria do Rosário Pedreira (Lisbona, 1959). Parla di quegli amori finiti, o addirittura mai nati, unilaterali, di quelli che fondono desiderio, sogno e ricordo in una nostalgia che alla fine altro non è che lo specchio rotto della memoria.

A cosa mi è servito correre per tutto il mondo,
trascinare, di città in città, un amore
che pesava più di mille valigie; mostrare
a mille uomini il tuo nome scritto in mille
alfabeti e un’immagine del tuo volto
che io giudicavo felice? A cosa mi è servito
respingere questi mille uomini, e gli altri mille
che fecero di tutto perché mi fermassi, mille
volte pettinando le pieghe del mio vestito
stanco di viaggi, o dicendo il tuo nome
così bello in mille lingue che io mai
avrei compreso? Perché era solo dietro te
che correvo il mondo, era con la tua voce
nelle mie orecchie che io trascinavo il fardello
dell’amore di città in città, il tuo nome
sulle mie labbra di città in città, il tuo
volto nei miei occhi durante tutto il viaggio,
ma tu partivi sempre la sera prima del mio arrivo.

 

 









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