Catullo e i mille baci di Lesbia


Il quinto carme è tra quelli più conosciuti di Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.) per il messaggio assolutamente moderno che racchiude. A tutti i moralisti, rappresentati dagli anziani più severi, Catullo oppone la sua nuova filosofia della vita, che si riflette nell’esortazione a Lesbia a vivere intensamente e amare, ad abbandonarsi alla gioia di vivere. L’amore infatti è vissuto da Catullo come l’esperienza capitale della propria vita, capace di riempirla e di darle un senso, e diventa valore primario, il solo in grado di risarcire la fugacità della vita umana. Fondamentale negli ultimi versi l’uso  del termine “basium”, fino ad allora evitato dalla letteratura classica perché reputato sconveniente a causa della sua accezione carnale. Il poeta anche in questo modo mostra la sua innovazione e il suo contrasto con tutto ciò che lo precede, il mondo delle tradizioni romane, ponendo al centro della sua poetica l’amore e il gioco e di conseguenza ricorrendo a termini come “basium”. Il termine avrà molta fortuna, tanto da oscurare quelli precedenti. Un tema in particolare del carme verrà ripreso poi dai poeti del periodo umanistico-rinascimentale, quello dell’edonismo, che si paleserà nel “cogliere la rosa” di Poliziano e Lorenzo De’ Medici, e il tema del carpe diem, del cogliere l’attimo, che influenzerà Orazio

 

Carrme V
di Caio Valerio Catullo

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

(traduzione di Salvatore Quasimodo)








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