Conoscere l’infinito attraverso le piccole cose


Rabíndranáth Thákhur, conosciuto anche con il nome anglicizzato di Tagore, nacque a Calcutta nel 1861. Poeta, prosatore, drammaturgo e filosofo indiano di lingua bengalese ebbe grandissima fama nel suo paese e, grazie alle traduzioni fatte da lui stesso delle proprie liriche, esercitò un enorme fascino anche sul mondo occidentale che lo premiò col Premio Nobel per la letteratura nel 1913. Fu il primo nobel letterario non occidentale nella storia del premio. Creò una scuola d’arte e di vita, La Visva Bharati University, che portò avanti fino alla fine della sua vita. Tagore è stato tradotto praticamente in tutte le lingue europee risultando forse l’autore di origini bengalesi più noto in Occidente. Molto duro per lui fu il periodo dal 1902 e il 1907 in cui subì quattro grandi lutti: morirono la moglie, i due figli e il padre. Di fronte al dolore e alla sofferenza Takhur riesce a scuotersi nella poesia che ha la forza della fede religiosa: Takhur esorta a vivere intensamente e in modo personale perché «la verità sta nella nostra personalità e solo là è reale e non astratta».

Barche di carta
di Tagore
 
Ogni giorno faccio galleggiare
le mie barche di carta a una a una
giù per la corrente del fiume.

Su di esse scrivo il mio nome
e il nome del villaggio dove vivo
in grandi lettere nere.
Io spero che un giorno qualcuno
in qualche paese straniero
le trovi, e sappia chi sono.
Carico le mie barchette con fiori
di shiuli, colti dal nostro giardino,
e spero che quei fiori del mattino
sian portati nel paese della notte.
 
Io varo le mie barchette di carta
e osservo nel cielo le nuvolette
che spiegano le loro bianche vele.

Non so quale mio compagno di giochi
su in cielo le mandi giù per l’aria
a gareggiare con le mie barchette!
 
Quando scende la notte affondo la faccia
nelle braccia, e comincio a sognare
che le mie barchette di carta
galleggiano sotto le stelle.

In esse viaggian le fate del sonno,
e il carico è cesti pieni di sogni.

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