Palazzeschi, poeta, saltimbanco dell’anima


Si chiamava Aldo Giurlani, ma per non dispiacere al padre, uomo d’affari all’antica, si firmò col cognome della nonna materna facendosi conoscere come Aldo Palazzeschi. Fiorentino, nato il 2 febbraio 1885, pubblicò le prime raccolte di poesie a sue spese. Conobbe Marinetti e i futuristi, collaborò con loro per poi proseguire lungo la sua strada, sempre al bivio tra la forza dissacrante del moderno e i toni lievi di un’infanzia incantata. Nelle varie fasi della sua lunga attività di scrittore si è accostato ai movimenti contemporanei mantenendo però sempre la sua individualità. Questa sua indipendenza ha fatto si che nelle sue produzioni si  ritrovino i temi più disparati: dall’immagine più onirica alla risata beffarda, dal divertimento funambolesco alla canzonatura che non esclude, comunque, un che di affettuoso e completamente estraneo al futurismo. (continua dopo la foto)



«Bisogna abituarsi a ridere di tutto quello di cui abitualmente si piange, sviluppando la nostra profondità. L’uomo non può essere considerato seriamente che quando ride… Bisogna rieducare al riso i nostri figli, al riso più smodato, più insolente, al coraggio di ridere rumorosamente…» (continua dopo le foto)



Chi sono?
di Aldo Palazzeschi

Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
«follìa».
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
«malinconìa».
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
«nostalgìa».
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

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