Sola, mi rannicchio sopra il mio corpo


La figura fragile e delicata di Antonia Pozzi (Milano, 13 febbraio 1912 – Milano, 3 dicembre 1938) sembra manifestarsi pienamente in questa sua poesia. Immersa nell’ambiente borghese, cresce circondata da personaggi estremamente colti che le daranno una decisa spinta verso gli studi per i quali era fortemente dotata. Ma la giovane poetessa mal sopportava le rigide regole della sua famiglia e quando si innamorò del suo docente di greco, e non potè nulla contro il padre che la ostacolò in tutti i modi, abbandonò alla “disperazione mortale” la sua breve vita. Una vita fulgida ma di una tristezza insopportabile per l’animo sensibile e irrequieto di Antonia.

Sola, mi rannicchio sopra il mio corpo

Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualche cosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.








 

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