“Riposate in pace, piccoli angeli”. La foto che sta facendo piangere il mondo. Il papà abbraccia i corpi senza vita dei suoi piccoli, avvolti in un drappo bianco, poco prima di seppellirli. Basta!


 

Poco dopo una tragedia c’è quasi sempre una storia che prevale sulle altre. Una di quelle vicende che in qualche modo predomina e rimane a galla, in cui l’aspetto umano viene empatizzato dal lettore, che la fa sua, rendendola così immortale. Dopo l’attacco chimico in Siria, in cui hanno perso la vita oltre 80 persone di cui moltissimi bambini (dati in continuo aggiornamento, ndr), la storia che sta letteralmente facendo il giro del mondo è quella raccontata sotto la didascalia di una foto atroce che gira sui social network. Facebook, Instagram, Twitter, in ogni parte del mondo, dagli Usa all’India; dal Sudafrica alla Scandinavia; i giornali, i siti di informazione, i blog e le televisioni di tutto il globo cercano di raccontare la storia dietro a questo scatto: un padre che abbraccia i figli per l’ultima volta, prima di seppellirli in una fossa comune, avvolti in un drappo bianco. Una foto che emana un dolore tangibile, reale, devastante. L’uomo si chiama Abdulhamid al-Youssef e nell’attacco ha perso anche la moglie Dalal e altri sedici membri della famiglia. Sì avete letto bene, sedici: tutti sepolti in quella maledetta fossa comune, unica soluzione trovata dopo un evento tanto grave quanto tragico. (Continua dopo la foto)







Abdulhamid si è salvato perché era al lavoro nel suo negozio quando le bombe hanno iniziato a cadere sulla città. Appena la moglie lo ha chiamato si è precipitato a casa per mettere in salvo la famiglia. Ha portato tutti in uno scantinato, al riparo dalla bombe, al riparo dalle schegge e dal fuoco, ma quello che non sapeva Abdulhamid è che il pericolo era nell’aria, questa volta. Se n’è accorto poco dopo Abdulhamid ma a quel punto gli effetti delle sostanze tossiche a cui erano stati esposti i suoi familiari hanno iniziato a fare effetto: “I gemellini hanno iniziato a tremare e respirare con fatica”, ha detto al Telegraph un cugino dell’uomo. (Continua dopo le foto)

 

PLEASE DON’T SCROLL PAST. I am asking @hillsong world to rise again in prayer and response to these latest (chemical) attacks that have killed “innocent” people and children. WE CHOOSE EMPATHY. Jeremy from @preemptivelove has made this request :: “Hillsong family … Would you tell them that all hope is not lost, even though these are dark days? We are pressed, we are devastated, we are bawling and screaming at the heavens, but we are not yet totally crushed. We are not giving up. We moved here on this side of the world to run toward the violence for such a time as this, to join God in the renewal of all things, for The More Beautiful World Our Hearts Know is Possible. Jessica and I can reach a few thousand people. But you! You can reach tens of millions of people today through your social media, email and the well-placed friends God has given you… I dare say, given you for moments like this. For kids like these. Kids like yours and mine”. Jeremy. #middaybabymidday #chooseempathy #syria #prayandGIVEifyoucan https://preemptivelove.nationbuilder.com/chemical_attack

Un post condiviso da Bobbie Houston (@bobbiehouston) in data: 5 Apr 2017 alle ore 12:50 PDT

 

“Piano piano gli effetti delle sostanze nocive stavano uccidendo gradualmente la moglie, il fratello e i nipoti. Sono morti tutti in quello scantinato, senza avere nemmeno il tempo di raggiungere l’ospedale”, ha concluso. Abdulhamid al-Youssef è solo adesso. In quell’infame attacco chimico ha perso tutto, tutti. Gli rimane soltanto questa foto, quest’ultimo scatto atroce che nel resto del mondo viene visto e vissuto come un monito. “Ecco che succede a vivere nella parte meno fortunata del mondo”, sembrano sussurraci quelle due anime avvolte in quel drappo candido, “Ecco come si muore qui”. 

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