Qualcuno benedisca la Brunori Sas, la “ditta” che riesce a toccarti il cuore e a farlo ripartire


Arriva dritto allo stomaco, al petto e poi ancora alla pancia. Dario Brunori, in arte Brunori Sas, al suo quinto album riesce ancora a stupire i suoi fan. E stavolta lo fa con pugni di parole sferrati da un essere ibrido, forte come Mike Tyson e profondo come il Dalai Lama. E chi l’ha detto che il cantautorato italiano è roba passata? E chi l’ha detto che l’indie è solo per quei quattro intellettuali di sinistra con il vizio del masochismo? “A casa tutto bene” è qualcosa di molto più rivoluzionario di tutto ciò. Avevamo scoperto un calabrese emozionante con “Kurt Cobain” e “Lei, lui, Firenze” eppure nessuno si sarebbe mai aspettato un disco così completo dopo “Il cammino di Santiago in Taxi”.

E proprio in un taxi Dario Brunori si rende conto che c’è qualcosa da fare, almeno da parte sua, per combattere l’odio e la paura, elementi di rilievo di questi ultimi anni (siamo molto lontani da quelle idilliache estati a Guardia Piemontese nel 1982). “Mi trovavo a Roma, da lì a breve sarei salito su un palco, ero emozionato e immerso nei miei pensieri, nelle note, nelle parole. Poi il tassista ha detto qualcosa di profondamente razzista. Ed è stato in quel momento, in cui io avevo paura di lui, lui dell’immigrato e l’immigrato del tassista, che ho capito che avrei dovuto toccare questo argomento nel mio prossimo disco. Ho sentito la necessità di fare qualcosa”. (Continua dopo il video)

Siamo dettati dalla paura, la cattiveria non è nient’altro che terrore verso qualcosa di non controllabile, sembra confermare nelle sue ultime creazioni l’ex ragioniere calabrese. “Canzone contro la paura” è il suo modo di esorcizzare tutto ciò, col sorriso in faccia e la tranquillità nel cuore: “Ma non ti sembra un miracolo, che in mezzo a questo dolore, in tutto questo rumore, a volte basta una canzone, anche una stupida canzone, solo una stupida canzone, a ricordarti chi sei?”. Ma volete sapere “La verità?”, c’è anche qualcos’altro che ci rende instabili e a volte pieni di angoscia: la frustrazione di non avercela fatta, di non aver fatto tutto il possibile. (Continua dopo la foto e il video)



 


“Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante e non ci pensi più?”. Insomma “il dolore serve, proprio come serve la felicità”, un dogma che avremmo dovuto conoscere da sempre come verità assoluta e del quale, invece, ci rendiamo conto soltanto nei versi di uno che probabilmente ci conosce meglio di noi stessi. C’è un minimo comune multiplo tra tutti noi, pacifisti, guerrafondai, razzisti, omofobi, cattivi, buoni e populisti: e questo qualcosa si chiama Dario Brunori. E solo a saperlo, ci si sente un po’ meglio. Arrivederci, allora, tristezza.

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