Alle 8.30 in punto, in migliaia di aule italiane, si è sentito lo stesso fruscio: quello dell’esame che comincia davvero. Occhi bassi, penne in mano, il cuore che accelera. Poi, in alcuni banchi, lo stesso sguardo improvviso: stupore, smarrimento, quasi incredulità. Perché una cosa è aspettare la traccia “difficile”, un’altra è non riconoscere nemmeno il nome.
La prima prova della Maturità 2026 è partita come sempre: oltre 527 mila studenti alle prese con l’italiano, la prova che pesa più di tutte perché sembra raccontare, in poche ore, cinque anni di scuola. Dopo la chiave ministeriale per aprire il plico telematico, le commissioni hanno svelato le sette tracce: analisi del testo, argomentativi, attualità. E mentre qualcuno tirava un sospiro di sollievo, qualcun altro si è sentito precipitare.

Il momento in cui scatta la bufera: un nome che nessuno si aspettava
Tra le tracce di analisi del testo, Cesare Pavese è sembrato a molti un “terreno noto”: la poesia proposta, Passerò per piazza di Spagna, dal 1950, appartiene alla raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, uno dei titoli più evocati (e temuti) nei ripassi dell’ultimo minuto. Ma l’attenzione, in realtà, si è spostata altrove nel giro di pochi minuti.
Sui social, infatti, non si parlava tanto di Pavese quanto di un altro autore inserito dal Ministero. Un nome che, per moltissimi maturandi, è suonato come una lingua sconosciuta: non tanto perché “difficile”, ma perché, semplicemente, in tanti giurano di non averlo mai fatto in classe. E quando succede, l’ansia diventa collettiva.
“Assurdo, com’è possibile?”: lo sfogo corre su X e diventa virale
È bastato poco perché X si riempisse di commenti tra ironia e panico. “No comunque il ministero dell’istruzione si deve svegliare perché da quando in qua VITALIANO BRANCATI ???? sta nel programma di quinto #maturità2026”, scrive un utente. Un’altra aggiunge: “Ma che tracce sono oddio vi giuro io sono scioccata😭 vitaliano brancati non l’ho studiato manco all’università e ho fatto lettere #maturità2026”.
E poi la raffica di domande, tutte uguali nella sostanza e diverse solo nel tono: “Ma chi è Vitaliano Brancati”, “MA IN CHE SENSO È USCITO BRANCATI MA SOPRATTUTTO CHI È BRANCATI”, “Immagino la faccia degli studenti che leggono Vitaliano Brancati”. Un coro che racconta bene il clima: non è solo una traccia, è la sensazione di essere stati colti alla sprovvista.

La scelta del Ministero: Brancati nella Tipologia A (prosa)
Il nome al centro della bufera è proprio Vitaliano Brancati, scelto come seconda proposta della Tipologia A, quella dedicata alla prosa. Il brano sottoposto ai maturandi è tratto da I piaceri, raccolta di saggi e articoli che mette in luce una delle cifre più riconoscibili dell’autore: l’ironia come strumento di critica sociale, tagliente ma mai urlata.
Una decisione che ha sorpreso perché Brancati è spesso poco frequente, o addirittura assente, nei programmi rispetto ai grandi classici che gli studenti si aspettano di trovare alla maturità. E quando l’aspettativa si rompe, la prova si trasforma in un test emotivo, oltre che scolastico. Insomma, il nome ha scatenato un vero e proprio caos.
Chi era Vitaliano Brancati: la vita tra Sicilia, Roma e contraddizioni
Nato a Pachino, in provincia di Siracusa, il 24 luglio 1907, Brancati si trasferì giovanissimo a Catania, città fondamentale per la sua formazione. Secondo quanto si apprende dalle ricostruzioni biografiche, aderì nel 1922 al Partito Nazionale Fascista e si laureò in Lettere nel 1929 con una tesi su Federico De Roberto. Poi Roma, il giornalismo, le collaborazioni: prima con Il Tevere e successivamente con il settimanale letterario Quadrivio.
Le sue prime opere portarono il segno di quell’epoca e di quell’ideologia: Fedor (1928), Everest (1931), il dramma Piave (1932). Opere che lo stesso autore avrebbe poi rinnegato. Ma nello stesso tempo prendeva forma la sua vera voce narrativa, quella capace di raccontare vizi, ipocrisie e maschere della società con uno sguardo lucidissimo.

La satira, la censura e il successo: il Brancati che (forse) non ti hanno raccontato
Dopo il ritorno in Sicilia, pubblicò nel 1934 Singolare avventura di viaggio, che venne sequestrato dalla censura fascista con l’accusa di immoralità. Due anni più tardi iniziò a collaborare con Omnibus di Leo Longanesi, esperienza chiusa bruscamente nel 1939, quando il regime decise di sopprimere la rivista. In seguito si dedicò all’insegnamento fino al 1941, anno del rientro a Roma e della pubblicazione de Gli anni perduti, che lui stesso considerava il primo vero romanzo.
Con il tempo la distanza dall’ideologia fascista diventò sempre più netta. Nel 1942 pubblicò Don Giovanni in Sicilia, satira del maschilismo e del “gallismo” dell’epoca. Nello stesso anno conobbe l’attrice Anna Proclemer, che sposò nel 1947. E poi ancora, nel 1944, Il vecchio con gli stivali, racconto sull’individuo schiacciato dai meccanismi del proprio tempo.

“Il bell’Antonio” e l’eredità: perché oggi fa discutere più che mai
Il successo più grande arrivò con Il bell’Antonio, pubblicato a puntate nel 1949 sul settimanale Il mondo. Attraverso la storia del protagonista e della sua impotenza, Brancati costruì una critica raffinata dei miti e delle contraddizioni della società italiana, ottenendo nel 1950 il Premio Bagutta. La sua scrittura contribuì a rinnovare il panorama culturale siciliano, allontanandosi dagli schemi più tradizionali legati a Verga e Pirandello.

Dopo la separazione da Proclemer nel 1953, Brancati morì a Torino il 25 settembre 1954. Oggi, a oltre settant’anni dalla sua scomparsa, il suo nome è tornato improvvisamente al centro della scena nazionale non per un anniversario o una nuova edizione, ma per una busta aperta in classe e per quel mix di sorpresa e paura che, alla maturità, può diventare travolgente.


