Per quasi tre anni il delitto di Pierina Paganelli è sembrato seguire una traiettoria precisa. Un’indagine concentrata in pochi metri quadrati, all’interno dello stesso stabile, tra vicini di casa, rapporti sentimentali segreti, rancori personali e testimonianze incrociate. Un caso che, sin dall’inizio, ha dato l’impressione di svolgersi in uno spazio chiuso, quasi claustrofobico, dove ogni protagonista della vicenda conosceva perfettamente l’altro.
Il teatro della tragedia è il condominio di via del Ciclamino, a Rimini. È qui che la sera del 3 ottobre 2023 la pensionata di 78 anni viene brutalmente assassinata con 29 coltellate mentre rientra da un incontro dei Testimoni di Geova, comunità religiosa alla quale apparteneva da anni insieme a diversi familiari.

Omicidio Pierina Paganelli, perché Louis Dassilva è stato assolto
Da quel momento prende forma una delle inchieste più discusse degli ultimi anni. Un’indagine che si sviluppa quasi esclusivamente all’interno delle mura dello stesso edificio. Tutti i protagonisti della storia abitano infatti nello stabile o hanno rapporti diretti con chi vi risiede. Il figlio della vittima, Giuliano Saponi, la nuora Manuela Bianchi, il vicino di casa Louis Dassilva, la moglie di quest’ultimo Valeria Bartolucci e persino Loris Bianchi, fratello di Manuela, gravitano tutti attorno allo stesso contesto.
Una concentrazione di relazioni personali che ha inevitabilmente influenzato il percorso investigativo. Nel tempo gli inquirenti hanno focalizzato l’attenzione soprattutto su un uomo: Louis Dassilva, residente nello stesso pianerottolo della famiglia Paganelli e legato sentimentalmente a Manuela Bianchi attraverso una relazione clandestina.

Eppure, durante il processo, qualcosa si è incrinato nell’impianto accusatorio. La difesa ha richiamato apertamente quanto sta avvenendo sul fronte delle nuove indagini relative al delitto di Chiara Poggi a Garlasco, sostenendo che l’inchiesta riminese non avrebbe approfondito sufficientemente piste investigative alternative. Una considerazione che ha trovato spazio anche nelle discussioni processuali: “Vi sono piste alternative che non sono state indagate”.
Da qui prende forma il ribaltamento finale che porta all’assoluzione dell’unico imputato. Nei mesi successivi all’omicidio, Dassilva è diventato il principale e poi unico sospettato. Il 16 luglio 2024 viene arrestato e resta in carcere fino alla sentenza arrivata nelle scorse ore. All’uscita dal penitenziario, dopo quasi due anni di detenzione, appare sorridente, accolto dagli abbracci della moglie e dei suoi sostenitori.

In realtà, il primo nome finito sotto la lente degli investigatori era stato quello dell’ex marito di Pierina. Nelle ore immediatamente successive al delitto si era infatti ipotizzata la pista del femminicidio. Tuttavia l’uomo disponeva di un alibi ritenuto inattaccabile e viene rapidamente escluso dalle indagini.
L’attenzione si sposta quindi verso il nucleo di rapporti che ruotava attorno alla vittima. In particolare sulla figura di Manuela Bianchi. È proprio lei che la mattina del 4 ottobre scopre il corpo senza vita della suocera mentre accompagna la figlia a scuola. La donna era sposata con Giuliano Saponi fin dall’adolescenza e con lui aveva costruito una famiglia. Parallelamente, però, intratteneva da tempo una relazione extraconiugale con Louis Dassilva. Una circostanza destinata a diventare centrale nell’intera ricostruzione accusatoria.
Secondo la Procura, il movente dell’omicidio nasceva proprio dalla necessità di proteggere quel segreto. Gli investigatori hanno sostenuto che Dassilva temesse che Pierina potesse raccogliere elementi capaci di dimostrare la relazione clandestina con Manuela. Se ciò fosse accaduto, il suo matrimonio con Valeria Bartolucci avrebbe potuto crollare, così come gli equilibri personali e familiari costruiti negli anni in Italia. Per questo motivo la Procura ha chiesto per lui la condanna all’ergastolo.
Nel corso della requisitoria finale, il procuratore Daniele Paci si era detto convinto che il quadro probatorio consentisse una condanna oltre ogni ragionevole dubbio. La difesa ha invece sostenuto una tesi diametralmente opposta. Dassilva ha sempre proclamato la propria innocenza, mentre la moglie Valeria Bartolucci ha continuato a ripetere la stessa versione fin dal primo giorno: “Louis Dassilva era con me quella sera”.
Proprio l’alibi fornito dalla moglie si è scontrato frontalmente con le dichiarazioni di Manuela Bianchi. La donna, a distanza di circa un anno e mezzo dal delitto, aveva raccontato di aver incontrato Dassilva nell’area garage e che quest’ultimo le avrebbe addirittura riferito della presenza di un cadavere.
La tensione esplode pubblicamente nel luglio 2024, quando Dassilva viene arrestato. Valeria Bartolucci si scaglia contro Manuela Bianchi pronunciando parole pesantissime: “Non ci metto niente a scioglierla in un fusto di acido”. Un episodio che le è costato un rinvio a giudizio e un successivo processo. Nel tentativo di rafforzare la propria accusa, gli investigatori hanno cercato riscontri scientifici. Tuttavia l’arma del delitto non è mai stata trovata.
Anche il capitolo relativo al Dna si è rivelato problematico. Gli abiti della vittima, infatti, non sono stati conservati in modo adeguato. Col passare del tempo i reperti si sono deteriorati fino a sviluppare muffe che hanno compromesso parte delle analisi.
Per l’accusa, però, alcuni elementi continuavano a puntare verso Dassilva. Gli investigatori ritenevano sospetto il fatto che l’uomo mostrasse una particolare attenzione alle possibili tracce genetiche. Aveva infatti dichiarato di aver toccato più volte il corpo della vittima, circostanza interpretata dagli inquirenti come una possibile strategia preventiva per giustificare eventuali tracce biologiche.
Un altro elemento riguardava gli abiti e le scarpe consegnati spontaneamente agli investigatori, che secondo la Procura sarebbero stati lavati in maniera estremamente accurata. Grande importanza venne attribuita anche alle immagini registrate dalla telecamera della farmacia situata nei pressi di via del Ciclamino. In un primo momento quella sagoma maschile ripresa pochi minuti dopo l’omicidio sembrava rappresentare un indizio decisivo. Successivamente, però, gli stessi consulenti dell’accusa hanno concluso che quella figura non sarebbe riconducibile a Dassilva, ma probabilmente a un altro residente del condominio.
Anche una registrazione audio effettuata nell’area garage è entrata nel fascicolo processuale. Secondo gli investigatori la voce maschile che pronuncia un “ciao” poco prima delle urla attribuite alla vittima sarebbe appartenuta proprio a Dassilva. Inoltre, l’accusa aveva attribuito valore quasi confessoria ad alcune parole pronunciate dall’uomo in una conversazione intercettata con Manuela il giorno successivo al delitto: “Non cambia niente fra di noi”. Alla fine, però, tutti questi elementi non sono stati considerati sufficienti dai giudici.
Dopo ben 16 ore di camera di consiglio, la Corte ha pronunciato una sentenza destinata a cambiare completamente il corso della vicenda: assoluzione con formula piena. Una decisione che ha provocato la commozione dell’imputato, scoppiato in lacrime in aula prima di lasciare il carcere poche ore più tardi. Secondo i suoi legali, il processo ha dimostrato la fragilità dell’impianto accusatorio. La difesa ha sostenuto che gli elementi raccolti fossero esclusivamente indiziari e privi della solidità necessaria per arrivare a una condanna.
Particolarmente contestata è stata la credibilità della testimonianza di Manuela Bianchi, definita dalla difesa il pilastro principale dell’accusa. I legali hanno ribadito: “E’ emerso che c’erano degli elementi indiziari inconsistenti. Il principale, cioè l’architrave su cui si reggeva tutta l’impostazione accusatoria, era la dichiarazione di Bianchi che abbiamo sempre ritenuto essere processualmente inattendibile per i criteri da sempre rappresentati”.
Se quella testimonianza viene meno, cambia radicalmente la ricostruzione degli eventi. Non vi sarebbe stato alcun incontro tra Manuela e Dassilva nell’area garage la mattina successiva all’omicidio. Non vi sarebbe stata alcuna rivelazione sul cadavere. E soprattutto non vi sarebbe alcuna prova certa che collochi Louis Dassilva sulla scena del crimine.
Così il caso che sembrava ormai chiuso torna improvvisamente ad aprirsi. Per la giustizia, Louis Dassilva non è l’assassino di Pierina Paganelli. Ma la domanda che accompagna questa vicenda fin dal primo giorno resta ancora senza risposta. Se non è stato lui, chi ha ucciso Pierina Paganelli quella sera nell’area garage di via del Ciclamino?


