La vicenda che per mesi ha inquietato l’opinione pubblica italiana ha trovato ieri il suo epilogo giudiziario, chiudendo una delle pagine più dolorose che la cronaca recente ricordi. Una storia nata in silenzio, consumata nell’intimità di una famiglia già segnata da fragilità profonde, e poi esplosa nel modo più tragico quando un neonato venne trovato senza vita all’interno di uno zaino abbandonato tra gli scogli. Le prime notizie, lo scorso anno, avevano immediatamente suscitato sgomento e interrogativi, perché dietro quel gesto si intuiva un contesto complesso, fatto di solitudine, paura e mancanza di aiuto.
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Con il passare delle settimane, le indagini avevano iniziato a rivelare i contorni reali di ciò che era accaduto, trasformando un ritrovamento choc in un caso giudiziario destinato a segnare il territorio e il Paese intero. Solo con l’avvio del processo, però, sarebbe emersa la figura determinante della donna finita alla sbarra, una figura familiare che fino a quel momento era rimasta in ombra, mentre la comunità di Villa San Giovanni cercava di capire chi avesse potuto compiere un gesto tanto estremo.

Neonato ucciso, la decisione della corte d’Assise
Tutto questo ha portato ieri alla sentenza: la Corte d’Assise di Reggio Calabria, presieduta da Tommasina Cotroneo, ha condannato all’ergastolo la nonna del piccolo. La decisione è arrivata accogliendo in pieno la richiesta del pubblico ministero Tommaso Pozzati, che aveva coordinato l’intera attività investigativa insieme al procuratore aggiunto Walter Ignazitto, come riportato da Il Quotidiano del Sud. Solo a questo punto, con la lettura del dispositivo, l’elemento rimasto sospeso fin dall’inizio – l’identità della persona che aveva abbandonato lo zainetto – è diventato incontestabile agli occhi della giustizia.

Secondo quanto ricostruito in aula, la donna è la madre della ragazzina di 13 anni con deficit psichico che aveva dato alla luce il neonato. Era stata proprio la condizione della giovanissima madre a rendere fin da subito la vicenda ancora più drammatica: un parto avvenuto in casa, senza assistenza, e soprattutto senza che nessuno sapesse della gravidanza. Le indagini della Squadra mobile di Reggio Calabria e dei carabinieri, confermate durante il dibattimento, hanno chiarito che la donna si sarebbe mossa immediatamente dopo il parto, collocando il bambino in uno zaino per poi portarlo fino alla scogliera del lungomare. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza avevano immortalato il momento in cui lo zaino veniva lasciato fra le rocce, elemento considerato decisivo dagli inquirenti.

Il ritrovamento, avvenuto il 26 maggio 2024, aveva gettato nel panico la comunità locale: un pescatore aveva scoperto il corpo del neonato avvolto in un velo, chiuso in uno zaino blu scuro che conteneva anche un sacco per la spazzatura rosa. Una scena che aveva sollevato interrogativi inquietanti e che, fin dalle prime ore, aveva fatto pensare a un gesto volontario. Gli investigatori avevano poi ricostruito che la ragazzina era stata aiutata dalla madre durante il parto e che il piccolo, trovato ancora con il cordone ombelicale attaccato, era nato vivo.
Gli esiti dell’autopsia hanno confermato ciò che inizialmente si temeva: il neonato era morto per soffocamento. Una conclusione che ha segnato in modo irreversibile il processo e che ha tolto ogni possibilità di interpretare l’episodio come un dramma dovuto al solo panico o alla confusione del momento. A fronte delle accuse di infanticidio, la Corte ha ritenuto provate le responsabilità della donna, che ora dovrà scontare la pena più severa prevista dal nostro ordinamento.
Nel corso dell’inchiesta era inoltre emerso un ultimo dettaglio, essenziale per delineare il contesto familiare ma non collegato ai fatti: il padre della tredicenne non aveva alcun ruolo nella vicenda, poiché da molti anni non viveva più in Calabria ma in Toscana. Un’assenza che si aggiunge alla solitudine in cui si sarebbe consumato l’intero dramma, lasciando una comunità e un Paese intero a interrogarsi su come una tragedia simile abbia potuto maturare nel silenzio di quattro mura.


