Era arrivata a Roma per una vacanza leggera, di quelle che si raccontano a casa con le foto e la nostalgia. E invece, in poche ore, quel viaggio si sarebbe trasformato in un incubo. Un incontro casuale, una promessa buttata lì, poi la sensazione netta che qualcosa non stesse tornando. E da quel momento, per lei, il tempo ha smesso di scorrere normalmente.
Quando ha iniziato a parlare davanti al giudice, la sua voce ha ricostruito passo dopo passo una storia devastante. Una vicenda che, secondo l’accusa, si è consumata tra il centro e la periferia est della Capitale, in uno scenario di degrado e abbandono. E che ora ha portato cinque uomini in carcere, mentre gli investigatori continuano a mettere insieme ogni dettaglio.
La donna, una turista colombiana di 32 anni, era arrivata nella Capitale il 16 maggio insieme a un’amica. Avevano scelto un ostello in zona Termini, cuore pulsante di arrivi e partenze, pieno di voci e valigie. Il giorno successivo, secondo quanto riferito, l’incontro in un ristorante con un giovane che le avrebbe proposto di fumare hashish.

È lì che, stando alla ricostruzione, sarebbe scattata la trappola. La 32enne sarebbe stata convinta a seguirlo fino a un furgone, dove poi sarebbe stata caricata con la forza. Destinazione: via Cesare Tallone, zona Tor Sapienza. Un palazzo abbandonato. E, secondo l’accusa, 72 ore di prigionia.
Durante l’audizione protetta davanti al gip, la donna avrebbe raccontato dettagli agghiaccianti. “Mi hanno costretta a spogliarmi. Uno di loro mi ha strappato i vestiti di dosso e ha abusato di me, poi è arrivato un altro uomo e poi un terzo”, avrebbe detto. E ancora, la minaccia ripetuta come un ritornello di terrore: “Se scappi ti ammazziamo”.
Secondo l’impianto accusatorio, la turista sarebbe stata violentata a turno e tenuta sotto minaccia di morte da cinque uomini. La sensazione, leggendo gli atti, è quella di una violenza totale: fisica e psicologica. Una storia che lascia addosso rabbia e incredulità, e che in queste ore scuote la città.
Alla fine, sempre secondo quanto riferito dalla donna, sarebbe riuscita a scappare in un modo che sembra da film, ma che porta addosso tutta la paura reale. “Mi sono lanciata di sotto”, avrebbe raccontato, spiegando di aver saltato da un balcone mentre sentiva qualcuno armeggiare con una pistola.
Poi la corsa: avrebbe scavalcato un muro di cinta e sarebbe arrivata in strada, fino a incrociare qualcuno che ha capito subito che c’era un’emergenza. L’allarme dato da un passante ha fatto partire la macchina dei soccorsi: prima l’intervento sanitario, poi quello investigativo.
La donna è stata soccorsa e portata al Policlinico Casilino. Nel frattempo la Polizia, con un intervento della Squadra Mobile, ha fatto irruzione nello stabile indicato. Durante il blitz, gli agenti hanno identificato 22 persone prive di regolare titolo di soggiorno. Tra loro, secondo quanto emerso, anche i cinque presunti responsabili, che la vittima avrebbe riconosciuto.
I cinque uomini indicati nell’inchiesta sono Saidykhan Lamin, Harouna Traore, Karamba Kanteh, Isibor Wisdom e Paul Nwabueze, di nazionalità gambiana, nigeriana e maliana. Sono detenuti a Regina Coeli con accuse pesantissime: violenza sessuale, lesioni e sequestro di persona, oltre alla contestazione di violenza sessuale di gruppo aggravata.
Dal lato opposto, i legali degli imputati contestano la ricostruzione. La linea difensiva punta su un punto preciso: “Resta da verificare l’attendibilità”, sostenendo che la donna avrebbe fornito versioni differenti e che una testimone afferma di averla vista nei pressi del palazzo oltre un mese prima dei fatti.
Sono elementi che ora verranno valutati dagli inquirenti e dal giudice, mentre l’indagine prosegue per chiarire ogni passaggio: dall’adescamento al trasporto, fino a ciò che sarebbe avvenuto in quelle ore nello stabile abbandonato. Sullo sfondo resta una domanda che pesa come un macigno: come può una città piena di vita lasciare zone d’ombra così pericolose, dove basta un attimo per sparire?


