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Lino Banfi choc su Garlasco: “L’assassino? Io so chi è stato”

  • Italia

Un podcast, una chiacchierata apparentemente leggera, poi all’improvviso quella frase che nessuno si aspettava. Lino Banfi, il nonno d’Italia, che rompe il silenzio su uno dei delitti più discussi degli ultimi vent’anni e butta sul tavolo un pensiero durissimo, destinato a far discutere.

Nel corso di una puntata di “Sette vite”, il podcast di Hoara Borselli, l’attore pugliese ha spostato la conversazione su un terreno delicatissimo: il delitto di Garlasco, l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nella sua casa nell’agosto 2007. Un caso che ha segnato l’Italia e che, nonostante una sentenza definitiva, continua a dividere l’opinione pubblica.

Lino Banfi garlasco so chi è stato


Lino Banfi e l’ossessione per i casi di cronaca

Banfi lo ammette senza filtri: è un appassionato di programmi di attualità, inchieste, approfondimenti sui grandi misteri italiani. Li segue, li commenta, ci pensa su. E proprio da questa sua “fissazione” nasce la riflessione che ha condiviso davanti ai microfoni del podcast.

Lino Banfi garlasco so chi è stato

L’attore racconta di essersi sentito quasi in dovere di dire la sua, di “buttare fuori” un pensiero che lo tormentava da tempo. Non entra nei tecnicismi legali, non si sostituisce ai giudici, ma si concentra su un punto preciso: la violenza esercitata sul corpo di Chiara, la ferocia di quei colpi, la rabbia che sembra emergere dalla scena del crimine.

La teoria che spacca il web: “È odio tra donne”

È qui che Banfi sgancia la sua bomba mediatica. Secondo la sua personale lettura, il modo in cui Chiara è stata aggredita farebbe pensare a una matrice femminile. Una violenza che lui collega a quello che definisce l’odio di “una donna contro un’altra donna”.

Lino descrive questo sentimento come qualcosa di irrefrenabile e bestiale, capace di trasformare chi lo prova. Per lui, la forza e la modalità delle “botte terribili” inferte con l’oggetto contundente mai ritrovato non assomigliano alla freddezza che spesso viene attribuita a un uomo in situazioni simili.

Banfi non parla da esperto, ma da osservatore, da uomo che ha visto e rivisto servizi, interviste, ricostruzioni. Una sorta di “indagine psicologica popolare”, come la si potrebbe definire, che però tocca un nervo scoperto: il modo in cui percepiamo la violenza, il genere dell’aggressore, gli stereotipi che ci portiamo dietro.

La sua tesi – coinvolgimento femminile nell’omicidio – non è completamente nuova: in questi anni è circolata in alcuni ambienti, soprattutto tra chi non ha mai creduto fino in fondo alla versione ufficiale e ha ipotizzato scenari alternativi rispetto alla condanna di Alberto Stasi.

Ma sentirla pronunciare da una figura amatissima come Lino Banfi è tutta un’altra storia. Le sue parole rimbalzano sui social, vengono rilanciate, commentate, criticate o applaudite. C’è chi lo sostiene, chi lo accusa di alimentare dubbi su una sentenza passata in giudicato, chi pensa che abbia semplicemente detto ciò che tanti, in silenzio, hanno sempre pensato.

Ed è inevitabile chiedersi: quanto conta, oggi, l’opinione di un personaggio pubblico in casi di cronaca così delicati? Può influenzare – ancora una volta – il sentire comune su una vicenda che per la legge è chiusa, ma nel cuore della gente no?

Le dichiarazioni di Banfi arrivano in un momento in cui l’attenzione sul caso di Garlasco era già tornata alta. Negli ultimi mesi, il nome di Andrea Sempio è finito nuovamente al centro delle cronache, con nuovi approfondimenti e domande che hanno riaperto ferite che sembravano cicatrizzate.

Nel podcast, l’attore cita esplicitamente sia Stasi sia Sempio, quasi a dire che, al di là dei nomi e dei fascicoli processuali, la verità potrebbe essere più complessa di quanto scritto nelle sentenze. Banfi stesso ammette che la sua è un’ipotesi azzardata, una sensazione più che una certezza.

Ma su un punto non arretra: la convinzione che la mano omicida sia stata guidata da un odio viscerale, che lui associa in modo molto netto a una dinamica di genere tutta femminile. Una posizione che, nel bene e nel male, alimenta ancora una volta il dibattito su uno dei delitti che più hanno segnato la storia recente della cronaca nera italiana.

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