Ci sono addii che non sembrano mai “solo” la scomparsa di una persona. Sono strappi che attraversano le famiglie, le piazze, perfino le abitudini di ogni giorno. E quando a parlare è il presidente della Repubblica, con parole così nette e intime insieme, si capisce che il dolore è di quelli destinati a restare.
In queste ore l’Italia si è ritrovata a fare i conti con un’assenza che pesa come un macigno. Un nome che, nel tempo, era diventato molto più di un simbolo: un modo diverso di guardare la terra, il lavoro, il cibo, e quindi anche la vita. E adesso, davanti a quel vuoto, le istituzioni si sono fermate. Davvero.
È stato Sergio Mattarella a mettere nero su bianco un cordoglio che ha scosso tantissimi. Il Capo dello Stato ha salutato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sottolineando come la sua scomparsa lasci “un grande vuoto”. Parole semplici, ma pesantissime, perché raccontano quanto la sua figura abbia toccato non solo l’Italia, ma anche un mondo più ampio.

Mattarella ha ricordato la forza di un messaggio capace di arrivare lontano, in anni in cui la globalizzazione rischiava di cancellare differenze e identità. E in quel passaggio c’è tutta l’idea di Petrini: non una battaglia di nicchia, ma un pensiero che ha smosso coscienze, cambiato prospettive, dato dignità a ciò che per troppo tempo veniva considerato “minore”.
Non è mancato il pensiero ai familiari e a chi lo ha accompagnato nel suo percorso umano e professionale. Un saluto che, letto oggi, suona come una carezza collettiva, ma anche come la consapevolezza che certe voci, quando si spengono, fanno rumore.
Nelle parole del presidente c’è anche un punto chiave: l’eredità. Petrini, ha ricordato Mattarella, ha anticipato tempi e dibattiti, soprattutto quando parlava di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente. Temi che oggi sono ovunque, nelle agende politiche e nelle discussioni quotidiane, ma che ieri sembravano quasi “visioni”. La sua idea non era fatta di slogan. Al centro c’era la necessità di preservare tradizioni rurali e culture locali, offrendo un’alternativa al consumo di massa e all’appiattimento. Per molti, grazie a lui, il cibo ha smesso di essere solo piacere o routine: è diventato scelta, responsabilità, identità.

E poi l’etica: il rispetto per chi lavora la terra, per la filiera, per la dignità. Un modo diverso di guardare a ciò che finisce nel piatto, che inevitabilmente porta a guardare in modo diverso anche il mondo che ci circonda.
Il cordoglio è arrivato anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, che in una nota ha definito Petrini una figura centrale della cultura alimentare italiana. Nel suo ricordo spiccano parole come passione, visione, amore per la terra: tratti che avrebbero trasformato un interesse “settoriale” in un vero impegno civile.
Perché è questo il punto che torna in ogni messaggio: Petrini non ha soltanto raccontato un’idea. L’ha costruita, l’ha resa movimento, l’ha fatta diventare comunità. E quando una comunità perde il suo punto di riferimento, il dolore non resta privato: diventa pubblico.
A ricordarlo è stato anche Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, affidando ai social parole piene di commozione. Petrini, ha scritto, è stato un uomo capace di trasformare il nutrirsi in cultura, identità, rispetto per la terra e solidarietà. Un pensiero che, letto adesso, suona come un testamento morale.
Tajani ha richiamato anche il valore dei progetti internazionali di Slow Food e della rete Terra Madre, che hanno dato voce a comunità spesso invisibili, difendendo biodiversità e promuovendo un modello di sviluppo più umano e giusto. Un lavoro lungo, capillare, fatto di relazioni e territori.
E poi un altro tassello fondamentale: l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, voluta da Petrini per formare generazioni di giovani arrivati da ogni parte del mondo. Un’idea che ha trasformato la cultura gastronomica italiana in uno strumento di dialogo, rendendo l’Italia un punto di riferimento internazionale. In queste ore resta soprattutto una sensazione: che con Carlo Petrini se ne vada un pezzo di futuro pensato in anticipo. E che quelle parole, “lascia un grande vuoto”, non siano solo una formula. Ma la fotografia più cruda di ciò che tanti, oggi, stanno sentendo davvero.


