Ipossia silenziosa, l’effetto collaterale del coronavirus che uccide i giovani

Il coronavirus rivela un’altra delle sue tante facce. Questa, colpisce particolarmente i giovani e porta il nome di ipossia silenziosa, una condizione pericolosissima in cui i pazienti hanno tutti i segni clinici dell’ipossia (con lesioni polmonari gravissime, scarso ossigeno nel sangue e uno o più organi compromessi) ma nessun sintomo evidente della mancanza di aria.

Le persone che rischiano di più sono i giovani che notano questa loro conduzione solo dopo molti giorni di malattia. Un’anomalia raccontata alla ‘Cnn‘ da Richard Levitan del Littleton Regional Healthcare che fa parte dello stato degli Stati Uniti del New Hampshire. Normalmente la sindrome covid, quando si aggrava, si associa a polmonite e gravi difficoltà respiratorie: il paziente in queste condizioni appare letargico, comatoso. Ma i clinici si sono accorti che per alcuni pazienti l’ipossia arriva silente: si tratta di soggetti – per lo più giovani – che iniziano a manifestare qualche difficoltà respiratoria solo quando ormai i loro polmoni sono già molto compromessi e quando l’ossigeno nel sangue è già bassissimo, con grave compromissione di altri organi. Continua dopo la foto


Levitan sostiene che solitamente questi pazienti sono malati già da alcuni giorni avvertendo soltanto con febbre e malesseri intestinali. L’ipossia silente risulta quindi davvero pericolosa poiché la persona chiede di essere aiutata solo nel momento in cui la malattia è in fase avanzata. Per questa ragione – dichiara Levitan – le persone, anche se asintomatiche in quarantena nelle proprie case, dovrebbero munirsi di pulsossimetri ed essere istruite sul giusto utilizzo del mezzi per la rilevazione di possibili carenze di ossigeno. Continua dopo la foto

A dimostrazione di quanto sia aggressivo il Covid ecco la testimonianza di Giorgio Berlot, docente di anestesia e Rianimazione all’Università di Trieste e primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’spedale Cattinara del capoluogo friulano, raccontata a Interris.it. Quello di Berlot è stato un viaggio. Continua dopo la foto
giuseppe conte coronavirus fase 2
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“Io sono in terapia intensiva da 37 anni e una cosa del genere non l’ho mai vista in vita mia. Ho vissuto qualche altra epidemia; ricordo l’H1N1, la Sars, ma una con un virus così forte, di una vastità tale da spargere infinito dolore e disperazione, non l’ho mai vista. Adesso tutti quelli che fanno i sapientoni, usando espressioni del tipo ‘lo sapevo’ o ‘l’avevo detto’, in realtà, come me, neanche loro si aspettavano una malattia di queste proporzioni”.

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Pubblicato il alle ore 13:37 Ultima modifica il alle ore 13:39