Ci sono silenzi che durano una vita. E poi ci sono quelli che durano diciannove anni, finché un dettaglio, una speranza o una ferita che non si rimargina ti costringono a parlare. Questa volta, a rompere la distanza dal clamore mediatico è una madre. E le sue parole arrivano dritte, con il peso di un’attesa interminabile.
Elisabetta Ligabò, madre di Alberto Stasi, torna a farsi sentire in un’intervista a Repubblica firmata da Massimo Pisa. Per anni è rimasta ai margini di uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia, quello dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. Ora racconta cosa significa vivere con una sentenza addosso, e con la convinzione — mai nascosta — che la verità possa essere un’altra.
Dice di aver vissuto l’ultimo anno con trepidazione, ma anche con una fiducia nuova nel lavoro degli inquirenti. I recenti sviluppi e gli elementi emersi attorno ad Andrea Sempio — oggi al centro dell’attenzione investigativa — per lei riaprono uno spiraglio: non tanto di rivincita, quanto di chiarimento, di un senso finalmente compiuto dopo tutto questo tempo.

La sua posizione non cambia: Elisabetta ribadisce di non aver mai creduto alla colpevolezza del figlio. E aggiunge un passaggio che fa capire quanto sia assoluta, per lei, questa certezza: se lei o il marito Nicola avessero avuto anche solo un dubbio su Alberto, lo avrebbero accompagnato personalmente dai carabinieri.
Nell’intervista racconta anche una cosa che sorprende: la percezione che, fuori dai tribunali e dai titoli, qualcosa stia cambiando. Dice di ricevere piccoli gesti di solidarietà nella vita quotidiana, anche da sconosciuti che la fermano, la abbracciano, le dicono di resistere.
Non vive immersa nei social, guarda poca televisione. Eppure le arrivano lettere, messaggi, perfino pacchi a casa. Segni di vicinanza che lei descrive come inaspettati, quasi spiazzanti. Come se, dopo anni di narrazioni urlate, una parte di opinione pubblica avesse iniziato a guardare la vicenda con occhi diversi. Tra le righe, però, affiora anche l’altra verità: quella privata, domestica, fatta di giorni in cui la cronaca smette di essere “caso” e diventa dolore reale. Il punto più duro per Elisabetta Ligabò resta la morte del marito Nicola, avvenuta il giorno di Natale del 2013, poco dopo la cancellazione dell’assoluzione di Alberto.

Un colpo devastante. Racconta di essersi ritrovata a reggere tutto: la casa, il negozio, la forza necessaria per sostenere il figlio. Eppure, dice, il legame con Alberto non si è spezzato, semmai si è rinsaldato: si sarebbero fatti coraggio a vicenda, dentro una prova che ha cambiato per sempre la loro famiglia.
Arriva poi il passaggio più delicato, quello che pesa sempre come un macigno: Chiara Poggi. Elisabetta la ricorda come una ragazza sorridente, presente nei pensieri e nelle preghiere. E rievoca l’ultima volta in cui la vide, nel luglio 2007, quando Chiara passò a casa per prendere alcuni vestiti da portare ad Alberto, già partito per Londra. Ne conserva un’immagine precisa, quasi cinematografica: una giovane felice, con una gonna rossa e una maglietta bianca, pronta a raggiungere il fidanzato. Un ricordo che suona come una fotografia ferma nel tempo, prima che tutto precipitasse.
Alla famiglia Poggi, spiega, preferisce non mandare messaggi. È un confine che non attraversa. E quando le chiedono della famiglia Sempio, la reazione resta sospesa, quasi muta, come se anche nominare certi pezzi di questa storia fosse ancora troppo complicato.
Più netta è invece la riflessione su chi abbia ucciso Chiara, chiunque sia: Elisabetta dice di augurarsi che abbia vissuto male questi diciannove anni, se ha una coscienza. Una frase dura, pronunciata da una donna che sottolinea di non essere abituata ad augurare il male a nessuno. Ma certe vicende, evidentemente, cambiano anche le persone più miti.
Nell’intervista difende con forza anche gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, finiti negli anni nel mirino di polemiche e veleni. Per la famiglia Stasi, racconta, non sono soltanto professionisti: sono diventati quasi parenti. Di Bocellari parla come di una presenza costante, vicina, quasi una figlia.
E respinge le accuse legate all’esposto del 2016 con una frase che sembra riassumere tutto il suo percorso: “Una madre farebbe di tutto per far emergere la verità su suo figlio”. Non come slogan, ma come istinto primario, quello che resta quando crolla ogni altra certezza. Oggi Alberto Stasi è in semilibertà. Un giorno, dice Elisabetta, tornerà stabilmente a casa. E quando le chiedono quale sarà la prima cosa che faranno insieme, lei ricorda di essere già stata con lui sulla tomba del marito Nicola.
Poi aggiunge il gesto che immagina come chiusura di questo lunghissimo capitolo: andare al cimitero da Chiara Poggi, quando tutto sarà finito. Una promessa sussurrata, che mette insieme dolore, rispetto e il bisogno umano, ostinato, di arrivare finalmente a un punto fermo.


