La giornata si è chiusa con un verdetto che ribalta uno dei casi mediatici più discussi degli ultimi anni. Chiara Ferragni è stata prosciolta dall’accusa di truffa aggravata legata ai due filoni giudiziari del pandoro Balocco Pink Christmas e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi. Dopo un’udienza lunga e seguita con grande attenzione, il giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, ha letto il verdetto davanti all’influencer, presente in aula insieme ai suoi difensori Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana.
Fino a poche ore prima della decisione, lo scenario appariva tutt’altro che definito. L’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli avevano infatti chiesto per Ferragni e per l’ex braccio destro Fabio Maria Damato una condanna a un anno e otto mesi di reclusione, senza attenuanti. Per l’altro imputato, il presidente di Cerealitalia-ID (Dolci Preziosi) Francesco Cannillo, la richiesta era stata di un anno. La linea della difesa, però, è rimasta sempre ferma su un punto: “Chiara Ferragni va assolta con formula piena, ha sempre agito in buona fede”. Secondo i legali, la vicenda rientrava semmai nell’ambito di una presunta pubblicità ingannevole, fronte già chiuso in sede amministrativa con risarcimenti e donazioni per circa 3,4 milioni di euro.
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Per comprendere la portata della decisione occorre tornare indietro di oltre un anno. Nel gennaio 2025, dopo la multa da un milione di euro inflitta dall’Antitrust e gli esposti del Codacons presentati nelle Procure di tutta Italia, Ferragni era stata rinviata a giudizio a Milano con l’accusa di truffa aggravata. Al centro dell’inchiesta le operazioni di commercializzazione del pandoro Balocco Pink Christmas e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi, avvenute tra il 2021 e il 2022, prodotti diventati in breve tempo simbolo di una vicenda che ha travalicato i confini giudiziari per investire anche l’opinione pubblica.
Secondo l’impostazione dell’accusa, in quelle occasioni l’influencer di Cremona avrebbe ingannato consumatori e follower, inducendoli a credere che l’acquisto dei dolci griffati con l’occhio di Chiara Ferragni, venduti a un prezzo più che raddoppiato, contribuisse direttamente a raccolte fondi benefiche. I compratori, sempre stando alla tesi accusatoria, avrebbero pensato di finanziare macchinari per bambini malati di tumore o progetti per l’inclusione di ragazzi con autismo, legando così il gesto d’acquisto a una finalità solidale.

È nella seconda parte dell’inchiesta che emergeva il cuore dell’accusa. Per i pm, quella pubblicità ingannevole sarebbe stata parte di una precisa strategia commerciale, costruita sfruttando l’enorme risonanza mediatica e il rapporto fiduciario con oltre 30 milioni di follower. Una strategia che, sempre secondo l’accusa, avrebbe garantito alle società riconducibili a Ferragni un “ingiusto profitto” di circa 2,2 milioni di euro, senza che l’imprenditrice digitale versasse direttamente somme alle buone cause pubblicizzate. Le donazioni all’ospedale Regina Margherita di Torino e all’associazione I Bambini delle Fate, infatti, risultavano già effettuate dalle aziende mesi prima della firma dei contratti e per importi slegati dal ricavato delle vendite.

Su questo impianto accusatorio si è innestata anche la contestazione di un ritorno reputazionale. Secondo l’accusa, mostrarsi legata a iniziative di charity avrebbe rafforzato l’immagine pubblica dell’influencer più famosa d’Italia, aumentando empatia, credibilità e affidabilità agli occhi dei seguaci, con un effetto diretto sulla capacità di vendere prodotti e generare ricavi. Un quadro che oggi, con il proscioglimento, viene profondamente ridimensionato e che segna un punto di svolta giudiziario per una vicenda destinata comunque a restare a lungo al centro del dibattito pubblico.


