“Gliel’ho attaccato io…”. Covid, il dolore dell’ex campione per la morte della moglie: “Un dolore tremendo”

Beppe Furino è un ex calciatore italiano. Ha giocato nella Juventus a cavallo tra gli anni ‘70 e ’80 e ne è diventato capitano. Solo tre le presenze in Nazionale: faceva parte della spedizione azzurra ai mondiali in Messico nel 1970, ma non ha nessun rimpianto: “Avevamo una signora squadra, con un centrocampo fortissimo: Mazzola, Rivera, De Sisti, Bertini, Cera. Ma avrei potuto far rifiatare qualcuno, in modo da presentarci in finale un po’ meno cotti o addirittura bolliti”.

Oggi Furino e nonno di due maschietti: “Al momento se ne fregano del calcio. Vedremo più avanti, c’è tempo. Il più grande ha solo 7 anni, lo vedo fare i compiti di seconda elementare con la Dad. In piena pandemia ci siamo riuniti tutti a casa mia, dove però è rimasto un vuoto enorme”. (Continua dopo la foto)


Ed è proprio di Covid che l’ex calciatore ha parlato in una intervista al Corriere della sera. Il virus si sta abbattendo sulla sua famiglia. E lui ha raccontato il suo dramma: teme di essere l’untore dove si sono ammalati tutti, moglie compresa: “Ma mentre noi guarivamo lei cominciava ad avere seri problemi di saturazione. Da quando è stata ricoverata non l’ho più vista. Non dimenticherò mai questo dolore tremendo”. (Continua dopo la foto)

La moglie di Beppe Furino si chiamava Irene Vercellini è morta a causa del Coronavirus: “Credo di essere stato l’untore che ha portato la malattia in casa: noi guarivamo lei peggiorava. Non la dimenticherò mai”. La donna era impegnata in politica a Moncalieri ed era una grande tifosa di calcio: “Era una vera tifosa da stadio, andava nei distinti al Comunale prima che io la convincessi a seguirmi in tribuna. Erano anni meno esasperati di questi, si poteva anche perdere ma non si perdeva il sorriso. Siamo peggiorati e mi ci metto dentro anche io. Vivo una tensione che non mi apparteneva”. (Continua dopo la foto)

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L’ex calciatore ricorda quando, da piccolissimo, un’altra epidemia lo costrinse a cambiare casa: “Ci furono dei casi di tifo in Campania, nel paese di mio padre, dalle parti di Nola. Andai a vivere per un anno dai miei nonni materni a Ustica. Avevo tre o quatto anni. Allora non avrei mai pensato di diventare un calciatore, a casa mia l’unico tifoso ero io. Ero juventino ben prima di arrivare a Torino, a dodici anni. I primi calci in piazza d’Armi, qualche torneo all’oratorio di Santa Rita e dopo appena un mesetto l’approdo nella mia squadra del cuore, nel Nucleo Addestramento Giovani diretto dal mitico Pedrale. La mia carriera è stata una cavalcata felice, il calcio mi ha dato tutto”.

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Pubblicato il alle ore 14:37 Ultima modifica il alle ore 14:43