In ospedale, a volte, il silenzio pesa più di qualsiasi allarme. E quando chi lavora ogni giorno accanto ai bambini decide di mettere nero su bianco quello che vive, significa che qualcosa si è rotto da tempo. Una tensione che non riguarda solo i corridoi, ma anche la fiducia, la sicurezza e la paura di parlare.
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È in questo clima che sarebbe nata una lettera firmata da personale infermieristico, OSS e tecnici di sala operatoria dell’Azienda Ospedaliera dei Colli. Un documento che descrive una situazione interna al reparto di cardiochirurgia pediatrica dell’Ospedale Monaldi come un’emergenza umana prima ancora che organizzativa.

Una denuncia ai vertici: “sfiducia reciproca” e “estrema gravità”
La missiva, datata 27 gennaio 2026, è diventata pubblica in un momento carico di dolore: l’ha resa nota l’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia del piccolo Domenico, leggendola ai cronisti fuori dalla cattedrale di Nola, durante i funerali del bambino.
La lettera sarebbe indirizzata ai vertici dell’azienda, a partire dalla direttrice generale Anna Iervolino. Le parole usate dai firmatari parlano di “estrema gravità” e di un clima di sfiducia reciproca che, secondo chi scrive, metterebbe in crisi non solo il benessere professionale e umano degli operatori, ma anche la sicurezza dell’assistenza ai pazienti.
In casi così, il punto non è soltanto “come si lavora”, ma “come si resiste”: perché quando la pressione diventa quotidiana, il rischio è che a pagare siano tutti, personale e famiglie. E proprio questo sarebbe il cuore dell’allarme lanciato nel documento.

La vicenda è stata riportata da più testate nelle ultime ore, rilanciando un confronto che ora si annuncia delicatissimo tra ospedale, istituzioni e opinione pubblica. Un quadro che si intreccia con un’indagine già seguitissima e con polemiche che non si sono mai spente.
Tra le fonti citate e riprese in queste ore, la ricostruzione è stata rilanciata anche in ambito stampa nazionale e locale, in un clima di forte attenzione attorno all’Ospedale Monaldi e alla gestione del reparto coinvolto.
Nella lettera, viene citato direttamente il primario di cardiochirurgia pediatrica, Guido Oppido. Secondo quanto riferito dall’avvocato, il personale parlerebbe di gerarchia medico-centrica e di comunicazione assente, elementi che avrebbero alimentato una sensazione diffusa di insicurezza tra infermieri, OSS e tecnici.
Il documento descriverebbe comportamenti ritenuti sistematici e un clima di tensione costante, con episodi che, stando a quanto riportato, si verificherebbero soprattutto in sala operatoria. Un punto che, se confermato, aprirebbe un fronte enorme anche sul piano organizzativo e della tutela dei lavoratori.
Secondo quanto riportato, nella lettera si parlerebbe di urla e aggressività verbale, umiliazioni pubbliche delle competenze, linguaggio offensivo, fino a bestemmie e imprecazioni e atteggiamenti percepiti come intimidatori, tali da limitare il confronto nell’équipe.
Le conseguenze, sempre secondo la lettera, sarebbero pesanti: ansia persistente, difficoltà di concentrazione, stress emotivo e un diffuso stato di burnout. Parole che raccontano un reparto in cui, al di là delle procedure e dei turni, la fatica psicologica starebbe diventando un problema quotidiano.
Non solo: l’équipe, si leggerebbe nel documento, avrebbe persino valutato la possibilità di trasferimento proprio a causa del clima lavorativo descritto. Un segnale estremo, perché in contesti ad alta specializzazione ogni uscita non è mai un dettaglio, ma un colpo al cuore dell’organizzazione.
Tutto questo si inserisce nel contesto dell’indagine legata al trapianto di cuore effettuato sul piccolo Domenico, intervento finito al centro di polemiche dopo il presunto danneggiamento dell’organo durante il trasporto da Bolzano a Napoli. Un caso che continua a scuotere famiglie, ospedale e città, mentre si attendono sviluppi e chiarimenti ufficiali.


