Nuovo capitolo nel lungo e complesso caso di Garlasco, che dopo quasi vent’anni continua a tenere banco nei talk televisivi e nelle aule giudiziarie. Ospite questa mattina, mercoledì 5 novembre, a “Storie Italiane” su Rai1, il generale Luciano Garofano — ex comandante dei Ris di Parma — ha voluto chiarire alcuni passaggi fondamentali del suo operato come consulente nel procedimento che vede indagato Andrea Sempio. Un intervento acceso, nato dopo le recenti dichiarazioni dell’avvocato De Rensis, che in una precedente puntata della trasmissione condotta da Eleonora Daniele aveva definito Garofano «ingenuo» per non aver verificato la legittimità della documentazione genetica ricevuta.
«Non ho molto gradito di essere definito ingenuo aggiungendo alcune motivazioni. Io sarei stato ingenuo perché sono stato leggero, non accorto», ha spiegato Garofano davanti alle telecamere, visibilmente infastidito. L’ex comandante dei Ris ha voluto poi entrare nel merito, chiarendo di aver «ricevuto da tre penalisti una documentazione che riguardava di verificare se il DNA di Sempio corrispondeva al prelievo fatto dalla società SKP per poi redigere una consulenza». E ha aggiunto: «Per quale motivo io dovevo verificare e scoprire che quella documentazione fosse legittima o meno? Io avevo un compito molto particolare ristretto a quegli ambiti, non mi sono chiesto e non mi dovevo chiedere. Non sono ingenuo perché davo per scontato che quella documentazione fosse legittima».

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Garofano ha anche rivelato di aver scoperto solo nel maggio 2025 che la documentazione in questione «forse non lo è» e che la sua consulenza «non era stata depositata». Tuttavia, ha sottolineato, «questa è la strategia difensiva, che decide se usarla o no. Io sono l’unico che ha dimostrato trasparenza». Una frase che suona come una difesa personale ma anche come una sottolineatura etica del suo operato, messo in dubbio nelle ultime settimane da diversi commentatori.

Sul motivo della sua rinuncia all’incarico di consulente, Garofano ha spiegato che «la decisione nasce da una considerazione tecnica». Aveva infatti «suggerito a Sempio e agli avvocati di inserire l’impronta 33 nell’incidente probatorio», ma la proposta non era stata accolta. «Quando non c’è sintonia — ha osservato — è bene lasciare il mandato, ti rimetti alle decisioni degli avvocati». Secondo lui, a inasprire la situazione sarebbero state anche alcune dichiarazioni di Massimo Lovati, l’ex legale di Sempio, che «definiva quella famiglia ignorante». Parole che, a suo avviso, «hanno comunque accelerato una discussione all’interno della famiglia, sfociata poi nella decisione di sfiduciarlo».

Il generale ha poi affrontato il nodo più controverso dell’inchiesta: il DNA. «Quel DNA io condivido a definirlo non idoneo per una comparazione — ha detto — perché è stato tenuto da una sola amplificazione e i genetisti sanno che bisogna avere una conferma con due amplificazioni di un profilo. Come ha correttamente detto la professoressa Baldi, è un profilo misto e parziale del cromosoma Y che non consente alcuna identificazione». Garofano ha ricordato anche che «nella consulenza Ricci, di Alberto Stasi, si dice che il profilo può essere utilizzato per una compatibilità con probabilità statistica ma non possiamo escludere che appartenga a tutti i soggetti maschi non contemplati nella banca dati usata per il calcolo».
Sul finale, il generale ha rivolto un pensiero più ampio alle indagini e ai magistrati: «Sono testimone di tanti casi mediatici, ma so che i magistrati hanno gli anticorpi per potersi difendere anche da una elaborazione ignobile che è stata fatta di questo caso». E ancora: «L’impronta 33 che la Procura ritiene attribuibile a Sempio è un elemento indiziario importante, vedremo come concluderà la dottoressa Albani. Se questi due capisaldi reggono, Sempio credo che purtroppo sarà rinviato a giudizio. Io non credo alla potenza identificativa di quel Dna».
In collegamento anche l’avvocato De Rensis, che ha scelto di replicare con toni più concilianti. «Io ho detto che credo ciecamente alla sua buona fede. Immagino che lei sapesse che quella era un’indagine molto fresca, presuppongo che abbia dedotto, visto che la procedura la conosce benissimo, che ci fosse un’istanza di accesso agli atti». Poi ha precisato: «Non sarà sfuggito che non ho detto avrebbe dovuto, ma potuto, verificare. Ho usato il termine ingenuo, e ne sono orgoglioso, nella formula dubitativa, per indicare purezza, onestà e schiettezza».
Il confronto tra i due esperti ha riacceso il dibattito sul caso Garlasco, dove ogni parola — anche una semplice definizione come “ingenuo” — sembra avere il peso di una nuova prova.


