Coronavirus, scoperta un’altra variante dopo inglese e sudafricana. Gli esperti: “Tasso di diffusione allarmante”

Un’altra nuova variante di coronavirus è stata scoperta. La scorsa settimana due varianti del Covid-19 sono state scoperte in Gran Bretagna e in Sudafrica. La nuova variante, al pari di quella britannica e sudafricana, sembra avere una maggiore trasmissibilità: almeno stando a quanto riferiscono funzionari sanitari e gli scienziati locali che guidano la strategia contro la nuova variante del virus.

L’allarme arriva dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie. Come detto si tratta di una mutazione simile a quelle individuate nel Regno Unito e in Sudafrica, “ma sembra un ceppo differente”, ha detto John Nkengasong, a capo dell’istituzione, precisando che i dati sono “molto limitati”. (Continua a leggere dopo la foto)


Né ci sono informazioni sulla diffusione di questa variante in Nigeria o altrove. “Dobbiamo aspettarci che continuino a emergere queste nuove varianti”, ha aggiunto, confermando che la variante individuata in Sudafrica si trasmette rapidamente ed è probabilmente responsabile per la seconda ondata nel Paese.

La Nigeria è il Paese più popoloso dell’Africa. La nuova variante ora la causa della maggior parte dei nuovi casi, che sono in rapida crescita. Il ministro della Salute sudafricano afferma che esiste un “tasso di diffusione allarmante”. (Continua a leggere dopo la foto)

La nuova variante è stata trovata in Nigeria dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie dell’Unione Africana (Africa Cdc). Mutazioni saranno sempre più frequenti, ha spiegato John Nkengasong. “Dobbiamo prendere atto che il virus è propenso a mutare e questa variante non sarà l’unica e sola a emergere”, spiega in un’intervista all’Adnkronos Salute il presidente dei virologi italiani Arnaldo Caruso. (Continua a leggere dopo la foto)

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“Bisogna tracciare i virus mutanti che inevitabilmente emergeranno in un prossimo futuro – spiega ancora – Isolare e sequenziare il genoma virale, anche se costoso, deve diventare un’azione quasi routinaria nei laboratori diagnostici. Per attuare un tale progetto servono fondi ad hoc e una precisa strategia volta a formare una rete di sorveglianza per il coronavirus a livello nazionale o meglio ancora europeo”.

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