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“Chi c’era in casa Poggi”. Garlasco, rivelazioni choc sulla mattina del delitto

  • Italia

A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, il nome di Chiara Poggi continua a pesare come un macigno sulla cronaca giudiziaria italiana. Diciotto anni di indagini, processi, perizie e controperizie non sono bastati a spegnere dubbi e interrogativi. Per comprendere perché ancora oggi non esista una verità condivisa sul killer, o sui killer, bisogna tornare all’inizio, a quelle prime ore concitate in cui tutto si è giocato.

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A riaprire uno squarcio su quei momenti è stato Gennaro Cassese, il colonnello dei carabinieri che guidò la prima fase investigativa. Le sue parole, pronunciate in televisione a Quarto Grado, hanno avuto l’effetto di una scossa. “Non notai subito le impronte di polpastrelli sul pigiama della vittima. È un errore fatto dall’Arma dei carabinieri, perché – dice Cassese a Quarto Grado – quella parte di tessuto doveva essere ritagliata e repertata. Quando poi si eseguì un primo esame necroscopico, rigirando il corpo a terra, il pigiama si intrise di sangue e le impronte si cancellarono“. Una ricostruzione che racconta di una scena del crimine compromessa fin dai primi istanti.


Garlasco, tutti gli errori sulla scena del delitto

Non solo. Lo stesso ufficiale aggiunge un dettaglio che pesa come un macigno sulla catena di custodia delle prove: “Due carabinieri entrano in casa senza calzari”. Un particolare che, in un’indagine per omicidio, può fare la differenza tra una traccia decisiva e un elemento inutilizzabile. Errori ammessi, dunque, che fotografano una gestione iniziale tutt’altro che impeccabile.

Quelle ammissioni riaprono inevitabilmente il fronte delle ipotesi alternative. Se la scena del crimine è stata alterata, volontariamente o meno, quanto possono essere solidi gli elementi raccolti? È su questo terreno che tornano a fiorire le teorie mai del tutto archiviate, a partire da quella del doppio killer.

A rilanciarla con forza è l’avvocato di Alberto Stasi, condannato in via definitiva. Il legale, Giuseppe De Rensis, insiste su una possibile presenza di più persone nell’abitazione la mattina del delitto. “Io da subito – ha dichiarato De Rensis – ho detto che sono convinto della pluripresenza“. Una posizione che non è nuova, ma che oggi trova nuova linfa proprio nelle crepe investigative emerse.

L’avvocato precisa ulteriormente il concetto, cercando di sgombrare il campo da equivoci: “Non vuol dire fare le stesse cose, calpestare le stesse mattonelle e stare in quella casa allo stesso tempo, ma quella mattina io sono convinto ci fossero più persone”. Una pluripresenza, dunque, non necessariamente sincronica in ogni gesto, ma compatibile con una dinamica più complessa di quella cristallizzata nelle sentenze.

Nel frattempo, un altro nodo cruciale torna al centro del dibattito: l’ora della morte di Chiara Poggi. La nuova perizia ha collocato il decesso più avanti nel tempo rispetto a quanto ipotizzato in passato, aprendo uno spiraglio che potrebbe incidere sull’alibi e sulla ricostruzione dei movimenti di Stasi.

Su questo punto interviene l’avvocato Fabrizio Gallo, legale di Massimo Lovati, in passato difensore di Andrea Sempio. Le sue parole, pronunciate a Mattino 5, puntano dritte su un documento ritenuto fondamentale: “Nessuno ha mai puntualizzato un documento essenziale di questa vicenda, che è stato esaminato dalla Cattaneo, avete controllato bene l’ispezione cadaverica fatta da Ballardini alle ore 17? Nonostante i criminologi dicano che sia incompleta perché mancano le temperature, lui – sostiene Gallo a Mattino 5 – dà la temperatura del corpo, che è 33,1°, e quella dell’ambiente, che è di 23°, di che cosa vogliamo parlare? Se il corpo era ancora caldo alle 17 e lui la morte la retrodata a non più di 6 ore, Chiara non può essere morta prima delle ore 10, Alberto sta già fuori. Questo è un documento che peserà sulla perizia Cattaneo, può essere durato anche un secondo l’azione omicidiaria, ma Alberto Stasi stava da mezz’ora a casa. Prima delle 10 Chiara non può essere morta, sono dati scientifici, non sono supposizioni, leggetevi l’ispezione cadaverica, sconfessata da una sentenza, a mio avviso senza dati oggettivi”.

È su questa finestra temporale che si concentra ora l’attenzione. Se davvero la temperatura corporea registrata alle 17 indica un decesso non precedente alle 10 del mattino, la ricostruzione ufficiale vacilla. E con essa l’impianto accusatorio che ha portato alla condanna definitiva.

Tra errori investigativi, ipotesi di pluripresenza e nuove letture scientifiche, il caso Poggi resta un mosaico incompleto. Le parole dei protagonisti, dai carabinieri agli avvocati, mostrano un quadro ancora attraversato da ombre. A distanza di diciotto anni, la verità giudiziaria esiste, ma quella storica continua a essere oggetto di confronto, dubbi e nuove domande.


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