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Mamma e figlia avvelenate con la ricina, chi hanno chiamato in questura

  • Italia
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Il mistero della ricina che ha travolto il Molise continua ad allargarsi tra interrogatori, sequestri e nuovi accertamenti che stanno tenendo con il fiato sospeso un intero territorio. Gli investigatori stanno scavando nei rapporti personali e familiari che ruotavano attorno alla famiglia Di Vita, mentre la Procura di Larino prosegue l’inchiesta per omicidio premeditato senza che, almeno ufficialmente, siano ancora stati iscritti nomi nel registro degli indagati.

Sul tavolo restano le morti di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute tra il 27 e il 28 dicembre dopo essere state avvelenate con la sostanza tossica. Gli investigatori vogliono capire soprattutto come la ricina sia stata reperita e in che modo sia finita negli alimenti consumati durante le festività natalizie. Secondo la ricostruzione investigativa, il veleno potrebbe essere stato ingerito tra il 23 dicembre e i giorni di Vigilia e Natale, quando la famiglia si era riunita con parenti e conoscenti. Si valuta di tutto: dall’acquisto tramite dark web fino a una preparazione artigianale ottenuta attraverso un procedimento chimico estremamente complesso.


Morte ricina, colpo di scena dopo mesi

Nelle ultime ore l’attenzione si è concentrata ancora una volta sulla donna già ascoltata più volte dagli investigatori. La docente di matematica, collega del marito della vittima all’istituto agrario di Riccia, è stata convocata nuovamente negli uffici della questura di Campobasso insieme al marito. I due hanno tentato di evitare telecamere e giornalisti prima di entrare negli uffici della Squadra Mobile, dove gli inquirenti stanno cercando di ricostruire ogni dettaglio dei rapporti personali attorno alla tragedia.

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Ed è proprio dopo queste ultime verifiche che emerge il dettaglio più delicato dell’inchiesta: la persona fermata e ascoltata dagli investigatori sarebbe la professoressa di matematica molto amica della famiglia Di Vita. Un elemento che sta inevitabilmente alimentando tensione e interrogativi, anche perché la donna conosceva bene l’ambiente familiare e frequentava da tempo i protagonisti della vicenda. Per il momento, però, non risultano accuse formali nei suoi confronti e la sua posizione resta quella di persona informata sui fatti.

Nel corso dei mesi la Squadra Mobile aveva effettuato controlli anche all’interno dell’istituto agrario dove insegna la docente, cercando eventuali tracce riconducibili alla lavorazione del ricino. Gli accertamenti, però, non avrebbero portato a risultati decisivi. Nonostante questo, gli investigatori continuano a lavorare su ogni possibile dettaglio, convinti che proprio nelle relazioni personali possa nascondersi la chiave dell’intera vicenda.

L’inchiesta si sta sviluppando attraverso testimonianze, verifiche incrociate e presunte contraddizioni emerse nei racconti delle circa cento persone ascoltate finora. Gli investigatori stanno approfondendo vecchi dissapori familiari, questioni economiche e rapporti ritenuti particolarmente delicati. Tra le ipotesi analizzate non vengono escluse nemmeno possibili gelosie sentimentali legate alla figura di Gianni Di Vita, commercialista ed ex sindaco di Pietracatella, descritto da molti come un uomo molto carismatico e inserito nel mondo culturale e politico locale.

Parallelamente continua anche l’analisi dei dispositivi elettronici sequestrati. Sotto la lente dello Sco ci sono cellulari, tablet e computer appartenuti a Sara, Antonella e Alice, la figlia sopravvissuta considerata parte lesa insieme al padre. Proprio il telefono di Alice potrebbe aver offerto nuovi spunti investigativi. La ragazza, seguendo il consiglio del legale della famiglia materna, aveva annotato con precisione alimenti consumati, sintomi accusati e persone presenti durante i pasti delle festività natalizie.

Dettagli che adesso potrebbero diventare fondamentali per ricostruire le ultime ore prima dell’avvelenamento e individuare chi abbia introdotto la sostanza tossica nei cibi. Nel frattempo Gianni Di Vita ha dichiarato di essere disponibile a consegnare spontaneamente il proprio telefono, l’unico smartphone della famiglia non ancora sequestrato dagli investigatori. Un gesto che potrebbe aprire un nuovo capitolo in un’indagine che, giorno dopo giorno, continua a diventare sempre più intricata.


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