“Qui in cella…”. Caso Yara Gambirasio, Bossetti scrive a pochi giorni dal terzo Natale che trascorrerà dietro le sbarre. Racconta tutto in una lunga lettera indirizzata a chi non c’è più. Un gesto estremo


 

Nel vuoto della sua cella Massimo Bossetti, condannato in primo grado per l’omicidio di Yara Gambirasio, affida a una lettera il suo dolore a pochi giorni dal terzo Natale che trascorrerà dietro le sbarre del carcere di Bergamo, lontano dai suoi tre figli e dalla moglie. Una missiva di due pagine, scritte con una calligrafia curata, una vera lettera d’amore indirizzata al padre scomparso un anno fa. “Ciao amato papà, il mio pensiero per te in questi giorni si è intensificato, puoi benissimo immaginare il motivo…Si avvicina il Natale, il terzo Natale lontano dalla mia amata famiglia e il primo Natale senza più te papà accanto al mio fianco”, si legge nella lettera in possesso dell’Adnkronos. “Natale, dovrebbe essere la festa più grande, più bella, più sentita dell’anno. La festa in cui tutte le famiglie, genitori con figli, figli con genitori, si abbracciano, si baciano, si uniscono con gioia, felicità, serenità (…). Papà, come vedi per me niente è più risentito come un tempo, niente che esista in natura possa a me permettere nel poter gioire e strapparmi un piccolo sincero sorriso”, scrive Bossetti. (Continua a leggere dopo la foto)



“Niente di niente può colmare il dolore che resta chiuso in me (…) Come vorrei riaverti di nuovo accanto a me, avverti vicino in questa triste, malinconica, angosciosa ‘stanza’ per riempire questo vuoto dall’amore tuo che mi manca e sentir meno la tua mancanza (…). La tua fede al dito, la tua foto attaccata al muro, è tutto quello che mi resta, so che mi sei vicino (…). Ti voglio bene e mi manchi tantissimo”, firmato con tanto di piccolo cuore disegnato, “dal tuo amato figlio Massy”. Difesa Bossetti: “Basta forcaioli, giudici ammettano perizia Dna” – Basta dare credito a “un’opinione pubblica forcaiola” e abdicare “allo Stato di diritto per cercare un colpevole a ogni costo”. L’avvocato Claudio Salvagni, che insieme al collega Paolo Camporini difende Bossetti, marca con precisione tutti gli “errori” del processo di primo grado che lo scorso luglio ha portato alla condanna all’ergastolo del suo assistito. Bisogna ripartire da un processo in cui “sia ammesso il contraddittorio”, dove i giudici “permettano alla difesa l’analisi dei reperti, ma soprattutto acconsentano alla perizia sul Dna, più volte chiesta dallo stesso imputato” che continua a dichiararsi innocente, dice il legale all’Adnkronos. La sentenza, che “trasforma l’indizio probabilistico in prova”, si fonda su una “violazione dei diritti di difesa” a partire dall'”impossibilità per l’imputato di poter visionare i reperti” dai quali è stata estratta la traccia mista considerata la prova regina contro Bossetti.

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L’analisi sugli slip e sui leggings della 13enne di Brembate portano a un risultato contestato dalla difesa: il Dna mitocondriale (indica la linea materna, ndr) non corrisponde all’imputato. I giudici hanno condannato con un “mezzo Dna contaminato” la cui custodia e conservazione “sono il tallone d’Achille” di un processo indiziario, sostiene la difesa. Un elemento che per Salvagni presenta delle “anomalie e gravi contraddizioni” a cui si arriva utilizzando “kit scaduti da mesi. Ci si trova di fronte anche a una ‘lievitazione’ dei quantitativi nei campioni passati di mano” tale da rendere questo indizio “incerto, discutibile e, quindi, inaffidabile”. La prova scientifica contro Bossetti “non può ambire – spiega l’avvocato Salvagni – a un credito incondizionato di autoreferenziale affidabilità”, visto che “manca la verifica. E’ un dato che mancando di precisione e gravità non può neanche ambire a valenza di indizio”. Il quadro indiziario “si ‘riduce’ alla prova scientifica ma questa deve essere verificata e deve restituire un risultato certo, incontestabile, senza zone d’ombra”. Per il difensore “palese è l’errore giuridico della sentenza” sull’omicidio di Yara Gambirasio “che ritenendo di attribuire la traccia a Bossetti ne ha fatto derivare in automatico la prova dell’omicidio” dimenticando le altre ipotesi alternative. Il Dna “non è – rimarca – il pilastro dell’inchiesta”, in assenza di indizi univoci e di pari portata.

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Il legale ricorda che “non è stato possibile ricostruire la dinamica” di quanto accaduto il 26 novembre 2010, giorno della scomparsa di Yara; così come “non è stato dimostrato il movente”. Le celle telefoniche collocano imputati e vittima nella stessa zona “solo a distanza di un’ora e in direzioni opposte”. Non solo: le fibre trovate sugli indumenti della vittima, comparate con quelle del furgone di Bossetti, “sono solo compatibili e sono migliaia gli automezzi con le stesse caratteristiche”. Quanto alle sferette metalliche e alla calce trovata sul corpo senza vita della 13enne sono “arbitrariamente collegate all’attività di carpentiere” dell’imputato, la cui personalità “è incompatibile con l’efferato delitto”. Tirando le somme Salvagni – i difensori hanno presentato ricorso contro la sentenza – non ha dubbi: “è ora di aprire i codici, valga il diritto e non le suggestioni. Si torni a trattare Bossetti come un imputato, non come un condannato definitivo e gli si dia la possibilità di difendersi” dall’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio.

Caffeina news by AdnKronos

(www.adnkronos.com)

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