Coronavirus, l’allarme dei medici di Bergamo: “Qui epidemia fuori controllo”


La Lombardia è la regione più colpita e ha raggiunto il totale di 30.703 unità. Il dato è stato fornito il 24 marzo dall’assessore al Welfare della regione Lombardia, Giulio Gallera, durante una diretta Facebook. I morti sono 4.178, mentre i guariti dall’inizio dell’emergenza coronavirus sono stati 6.657, con 600 persone che sono state dimesse nelle ultime 24 ore. A Bergamo all’ospedale Papa Giovanni c’è una “pressione importante” per i pazienti covid-19 e la situazione è al collasso.

Oggi i dipendenti della struttura ospedaliera hanno lanciato un grido d’aiuto tramite una lettera a firma di tredici medici pubblicata sul ‘New England Journal of Medicine Catalyst Innovations in Care Delivery’, con il titolo “Nell’epicentro di Covid-19”. Da molti giorni Bergamo è la città più colpita dal contagio.
“L’Ebola dei ricchi”, come la definiscono i medici bergamaschi “richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus. La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque”, scrivono i medici, raccontando la drammatica situazione che stanno vivendo. (Continua a leggere dopo la foto)






“A Bergamo l’epidemia è fuori controllo. Il nostro ospedale è altamente contaminato e siamo già oltre il punto del collasso: 300 letti su 900 sono occupati da malati di Covid-19. Più del 70% dei posti in terapia intensiva sono riservati ai malati gravi di Covid-19 che abbiano una ragionevole speranza di sopravvivere”. “Lavoriamo all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, struttura all’avanguardia con 48 posti di terapia intensiva. Nonostante Bergamo sia una città relativamente piccola, è l’epicentro dell’epidemia, più di Milano”, scrivono. “La situazione è così grave – continuano – che siamo costretti a operare al di sotto dei nostri standard di cura. I tempi di attesa per un posto in terapia intensiva durano ore. I pazienti più anziani non vengono rianimati e muoiono in solitudine senza neanche il conforto di appropriate cure palliative. Siamo in quarantena dal 10 marzo”. (Continua a leggere dopo la foto)






Quindi la missiva diventa una sorta di reportage dalla corsia dellla Rianimazione: “Stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19 – proseguono – poiché si riempiono in maniera sempre più veloce di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea”.

“Questa epidemia non è un fenomeno che riguarda soltanto la terapia intensiva, – raccontano i 13 medici nella loro lettera – è una crisi sanitaria e umanitaria. Abbiamo urgente bisogno di agenzie umanitarie che operino a livello locale”. Ma soprattutto, “abbiamo bisogno di un piano di lungo periodo per contrastare la pandemia“. Questo disastro – continuano – “poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali”. (Continua a leggere dopo la foto)



 

I medici impegnati nella lotta contro il covid-19 suggeriscono: “Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina. Un tale approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti di protezione”. Negli ospedali, spiegano: “si deve dare priorità alla protezione del personale medico. Non si possono fare compromessi sui protocolli. Le misure per prevenire il contagio devono essere implementate in maniera consistente”.

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