Strage di Erba. Rosa Bazzi, il cuore a pezzi per l’improvvisa morte del compagno conosciuto in carcere


Sono lontani i tempi in cui Olindo Romano e Rosa Bazzi, i coniugi condannati all’ergastolo per la strage di Erba, si mostravano uniti e sorridenti davanti alle telecamere che riprendevano il processo della Strage di Erba. La routine dei loro incontri in carcere è durata oltre dieci anni d’anni, ma nell’ultimo periodo si era inserito un imprevisto: un altro uomo, un detenuto di Bollate, Marco Alberti.

L’uomo, 60 anni, aveva trascorso un terzo della sua vita dietro le sbarre e la donna, che ricordiamo sta scontando la pena dell’ergastolo presso il carcere di Bollate in quanto autrice (assieme al marito Olindo Romano) della famigerata strage di Erba, aveva riposto in Marco quell’amore che nei riguardi del marito Olindo era oramai svanito. Condannato all’ergastolo per un omicidio commesso nel lontano 1988, Marco Alberti aveva conosciuto Rosa Bazzi nel carcere di Bollate. (Continua a leggere dopo la foto)









Secondo quanto riportato dal settimanale Giallo, Tra i due è nata un’amicizia poi trasformata in qualcosa di più grande. Una storia d’amore finita il 16 dicembre 2019 con la morte dell’uomo. Alberti, che si trovava in regime di semilibertà, è stato investito mentre percorreva a piedi la statale 494. Il suo investitore, un ragazzo di 30 anni, dopo l’incidente si è fermato a soccorrere l’uomo, ma il suo intervento è stato del tutto inutile.

Il 60enne è morto in ospedale a causa delle gravi ferite procurategli dall’impatto con l’auto. Secondo quanto riporta il settimanale Giallo, appresa la notizia, Rosa Bazzi è sprofondata nella più assoluta disperazione, ha lanciato urla di dolore. Rosa, infatti, aveva sperato che quell’amore potesse alleviare le sofferenze derivanti dalla situazione che vive e dall’amore finito per Olindo. Marco Alberti poteva uscire durante il giorno, con l’obbligo di rientro in carcere in orario serale. Aveva fatto perdere la testa a Rosa Bazzi. I due si erano conosciuti quando Rosa aveva iniziato a lavorare come volontaria presso il laboratorio del cuio della sezione maschile del carcere di Bollate. (Continua a leggere dopo la foto)






Marco Alberti, di origini veronesi, era un detenuto del carcere di Bollate in semilibertà ed era stato condannato per l’omicidio di Antonio Panozzo, trentino, pregiudicato ucciso nel Veronese nel 1998. Il corpo del 48enne di Lavis venne ritrovato 20 anni fa (era il 16 aprile 1998) sotto un cavalcavia sulla strada dell’Alpo, nel Veronese. Era carbonizzato, irriconoscibile. Unico indizio utile agli inquirenti per risalire alla sua identità, il Rolex d’oro che portava al polso e un lembo di pelle su una mano irriconoscibile. (Continua a leggere dopo la foto)



 

La Corte di Cassazione aveva deciso di confermare l’ergastolo a uno dei due killer, Marco Alberti di Verona, pena inasprita con isolamento diurno. Alla base dell’uccisione di Panozzo c’era un regolamento di conti. Per l’identificazione della vittima le forze dell’ordine impiegarono un anno e due mesi. Marco aveva chiesto di scontare la pena di 30 anni di reclusione, ma la Cassazione aveva confermato il carcere a vita. Da qualche mese godeva del regime di semilibertà.

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