Colpo di scena nel delitto di Garlasco. Dopo oltre tre anni dalla condanna nei confronti di Alberto Stasi a 16 per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, arriva una nuova verità. Ecco come si sviluppa uno dei casi italiani più seguiti


 

L’omicidio di Chiara Poggi è stato uno dei casi più cupi della cronaca italiana. La ragazza venne uccisa a colpi di un oggetto contundente mai identificato, nella villetta di famiglia a Garlasco, il 13 agosto del 2007. Secondo gli inquirenti conosceva l’assassino, avendo aperto in pigiama e in maniera spontanea, non furono rilevati infatti all’interno dell’abitazione segni di effrazione. La ragazza era sola in casa, mentre i genitori e il fratello erano in vacanza. Unico indagato per l’omicidio è stato il fidanzato Alberto Stasi, che viene assolto dall’accusa di omicidio con rito abbreviato, sia in primo che in secondo grado, mentre la Corte di cassazione, il 18 aprile 2013, ha annullato la sentenza di assoluzione.

Oggi, arriva un’altra condanna in questa triste vicenda.

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Francesco Marchetto, ex maresciallo comandante della stazione di Garlasco all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi, è stato condannato dal tribunale di Pavia a due anni e sei mesi per falsa testimonianza. Il giudice Daniela Garlaschelli ha anche stabilito per l’imputato una provvisionale di 10mila euro, oltre al pagamento delle spese legali.

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La tesi della procura – il pm Roberto Valli aveva chiesto la condanna a tre anni di carcere – è che Marchetto ha dichiarato il falso sul mancato sequestro della bici nera che finì nelle indagini sul delitto del 13 agosto 2007 per cui è stato condannato a 16 anni Alberto Stasi, fidanzato della vittima. Secondo l’accusa, Marchetto “provvide in assoluta autonomia” a dettare una nota di servizio dove attestava la non conformità fra una bici nera in possesso della famiglia Stasi e quella che due vicine dicevano di avere visto davanti alla villetta dei Poggi in via Pascoli a Garlasco. La bici all’epoca non venne sequestrata: l’allora maresciallo Marchetto lo giustificò con il fatto che alcuni dettagli delle due bici non corrispondevano.

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Le indagini a carico dell’ex maresciallo, oggi in pensione, erano partite da un esposto presentato dall’avvocato Gian Luigi Tizzoni che rappresenta i genitori della vittima. “La sentenza del tribunale di Pavia – spiega il legale Tizzoni – conferma ancora una volta che le assoluzioni di Stasi, prima della condanna definitiva, si sono basate su una testimonianza falsa, oltre che come già noto su una perizia incompleta”.

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