”Ecco perché non mi sono fermato. Più ci ripenso più sto male”. Tutti, amareggiati, si sono chiesti perché nessuno, in quella strada maledetta, ha salvato Sara dal suo assassino e ora parla uno dei testimoni dell’omicidio della Magliana


 

Se lo sono chiesto tutti, e con tanta amarezza: perché domenica all’alba, in via della Magliana, nessuno si è fermato ad aiutare Sara di Pietrantonio prima che venisse uccisa dal suo ex, Vincenzo Paduano? Se qualcuno l’avesse soccorsa, Sara si sarebbe potuta salvare.

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Lo ha detto il sostituto procuratore di Roma titolare del fascicolo Maria Monteleone: Sara prima di essere raggiunta dal suo assassino ha provato a chiedere aiuto agli automobilisti, ma nessuno si è fermato. Se qualcuno lo avesse fatto forse Sara sarebbe ancora viva”. E ci sono anche le riprese di alcune telecamere di videosorveglianza che hanno inquadrato il luogo del delitto e che dimostrano che almeno in due hanno tirato dritto. Sono stati rintracciati poco dopo dalla polizia e si sono giustificati dicendo di non aver capito che la ragazza chiedeva aiuto e comunque di aver avuto paura. Ma ora è uno dei due motociclisti a parlare, a spiegare in un’intervista rilasciata a Repubblica cosa ha visto e soprattutto perché non si è fermato.

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”Sono passato troppo prima e troppo dopo. Ho una rabbia dentro, la notte dopo non ci ho dormito, ma nessuno avrebbe potuto prevedere”, ha detto Edoardo Praninfi a Repubblica. ”Saranno state le 4 di notte. Forse le 4.20. Io stavo tornando dal mare con un’amica. L’ho riportata a casa a Villa Bonelli (altro quartiere lungo la Magliana, ndr) e poi sono tornato indietro”, prosegue. Il giornalista chiede se ha sentito cosa si dicevano Sara e Vincenzo ma il testimone risponde di no, che era impossibile e che non poteva sentire nulla. E a quel punto cos’ha visto?, prosegue l’intervista. ”È passato un po’ di tempo prima che tornassi dove avevo visto litigare la coppia. Prima ho preso la Roma-Fiumicino, poi mi sono fermato a mangiare una cosa al McDonald’s e infine mi sono ritrovato davanti la macchina già bruciata. C’era ancora qualche fiammella e la polizia era già lì. C’era un’agente bionda, con i capelli corti. Poi mi hanno detto che si chiama Simona”.

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Soltanto la mattina successiva ha scoperto che quei due ragazzi che aveva visto discutere erano Sara Di Pietrantonio e il suo assassino: ”La mattina mia madre mi ha svegliato: ‘Hai visto che è successo qui dietro?’. A quel punto ho collegato subito. Mi sono vestito in due secondi e sono andato dai carabinieri. Poi mi è venuta a prendere una macchina della polizia che mi ha portato in questura”, ha spiegato. ”Adesso più ci ripenso e più ci sto male – continua Praninfi – Ne ho parlato anche con la mia amica, ma cosa potevo fare? Sono arrabbiato, ma nessuno avrebbe mai potuto prevedere quella fine. Solo una cosa è certa. Fino a ieri ero contro l’ergastolo. Fosse stata una cosa tra maschi, forse avrei pure potuto capire. Ma quando tocchi una donna non sei più un uomo. Spero che la pena sia pesante. Tra scuola e lavoro non ho molto tempo, ma andrò a portare dei fiori a Sara. Poteva essere mia sorella, mia cugina”.

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