Orrore e choc. Si rifiutano di pagare il pizzo, ma non arrivano le solite minacce. Oggi la malavita ricorre a un inedito (e terribile) metodo: davvero ogni oltre limite della realtà


 

Sembra la scena di un film sulle organizzazioni criminali, invece è capitato davvero. È successo nel napoletano dove gli imprenditori che si rifiutavano di pagare le estorsioni venivano portati a casa del boss, per poi essere minacciati con un caimano. La ricostruzione di questa incredibile storia è emersa a seguito di un’inchiesta della Dda di Napoli che ha portato questa mattina all’arresto, effettuato dai carabinieri del Reparto territoriale di Aversa, di otto persone. I reati contestati a vario titolo in una ordinanza di custodia cautelare sono associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione tentata e consumata, lesioni personali e porto di armi, tutti con l’aggravante del metodo mafioso. Il provvedimento emesso dal gip di Napoli è stato eseguito nelle prime ore della mattinata nelle province di Caserta, Napoli, Latina, Parma e Sassari, dai carabinieri del Reparto Territoriale di Aversa. Il blitz è stato eseguito dai militari del Reparto territoriale di Aversa, diretti dal tenente colonnello Vittorio Carrara e coordinati dal tenente Flavio Annunziata.

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Il metodo utilizzato lascia senza parole. Il boss che minacciava di buttare tra le fauci del caimano gli imprenditori “dissidenti” si chiama Antonio Cristofaro, che tra l’altro era già in carcere. Il provvedimento è giunto anche ad Amedeo Caterino, che si trovava ai domiciliari a Latina, Michele Ferriero e Pietro Paolo Caterino, ritenuti a capo dell’omonimo clan attivo nel comune di Cesa. Sono moltissimi gli episodi  che sono stati ricostruiti dagli inquirenti, tra questi anche un’estorsione da 100mila euro. Ma non solo. Perché all’ordine del giorno anche pestaggi, accoltellamenti, persone tenute sotto tiro con armi da fuoco. In questo modo la banda, facente riferimento al clan dei Casalesi nell’area atellana, “invitava” commercianti e imprenditori a pagare il pizzo.

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In un primo momento, nessuna delle vittime ha denunciato le minacce, ma poi i carabinieri hanno raccolto le prove utili alla Dda di ricostruire nel dettaglio i contorni della vicenda. Inizialmente le vittime si sono rifiutate di denunciare, poi i carabinieri hanno raccolto indizi tali da consentire alla Dda di tratteggiare un quadro tale da poter chiedere le misure cautelari. Agli atti sono presenti intercettazioni ambientali, telefoniche e racconti di pentiti. Le imputazioni sono state ipotizzate dagli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia del capoluogo campano. Secondo quanto si spiega in una nota le indagini hanno consentito, tra l’altro, di acclarare negli anni dal 2008 al 2012, numerosi episodi di estorsione, tentati e consumati, perpetrati dagli indagati nei confronti di imprenditori del settore edile e commercianti dell’agro aversano.

 

E la Miss finisce agli arresti (con sua madre) per tentata estorsione…