”Adesso pretendo giustizia, la stessa che ho subito io”. Le parole e, soprattutto, la storia di Pietro Loffredo, il papà di Fortuna. Lui al momento della tragedia non poteva essere lì…


 

Caivano, ora parla Pietro Loffredo, il papà della piccola Fortuna, la bimba di 6 anni volata giù dall’ottavo piano della terrazza del palazzo dove abitava. Dopo due anni di indagini è stato arrestato per omicidio il vicino, Raimondo Caputo, ritenuto dall’accusa il responsabile della tragica fine di Chicca, come la chiamava l’amichetta che ha ricostruito con gli inquirenti gli ultimi istanti di vita della bimba. Ha 40 anni il signor Loffredo, di cui 10 passati in carcere per contrabbando di sigarette e vendita di cd scaricati abusivamente da Internet. Ma ora è lui che chiede giustizia per la morte di sua figlia, avvenuta quando era ancora dentro.

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Implacabile. Si dice così? Con me lo Stato non ha voluto sentire ragioni, mai. E mi ha fatto scontare fino all’ultimo giorno di pena – si legge sul Corriere della Sera – Sono stato a Poggioreale, Isernia, Roma, e anche a Lanciano e Fossombrone. Mi sono girato tutte le carceri d’Italia. E non vi racconto. Ora però sono io a chiedere ai magistrati e a tutti quelli che contano di essere ugualmente implacabili nei confronti di chi ha commesso un delitto mille volte più grave del mio”.

Non ha avuto vita facile Pietro ma adesso nel parlare dell’uomo accusato di aver ucciso la figlia pretende la verità: ”Nel senso – spiega sempre al Corriere – che io non voglio il nome di un colpevole tanto per chiudere il caso e far lavorare voi giornalisti. Io voglio sapere tutto ciò che c’è ancora da sapere. Voglio che i giudici accertino se l’assassino ha fatto da solo, e io non credo affatto che sia così; se c’è stato chi l’ha aiutato o chi lo ha coperto. E poi – aggiunge – perché ha ucciso Fortuna”.

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Poi prosegue: ”Lo sapevamo tutti che in quel palazzo c’era l’inferno. Lì era già morto misteriosamente un altro bambino. Perché c’è voluto tanto tempo per venire a capo di qualcosa? Perché accanirsi contro la mia bambina? Continuo a chiedermi se non sia stata uccisa perché Fortuna ha magari minacciato di raccontare a suo padre tutto quello che aveva subito. E se questo non abbia spinto l’assassino a peccare in quel modo. Ma io cosa potevo fare, dal carcere?

La cosa più assurda è che, a quel tempo, quando mia figlia è volata giù dall’ottavo piano di quel palazzo, io in carcere non dovevo esserci”. Incalzato, argomenta poi questa ultima affermazione: ”Avevo diritto a sconti di pena che o non sono stati calcolati, o sono stati considerati in ritardo. Non ci posso pensare. Ho fatto il servizio militare, avrebbero dovuto scalarmi dalla pena undici mesi, ma nel mio caso non è successo. Se fossi uscito undici mesi prima avrei potuto stare vicino a mia figlia, parlarle, e forse tante altre cose non sarebbero successe”.

 

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Dieci anni di carcere, quindi, per aver venduto cd scaricati dalla rete, e 11 mesi in più di reclusione, come è possibile? Risponde l’avvocato del papà di Fortuna, Angelo Pisani: ”Pietro non racconta balle. Le cose stanno come dice. Il problema, però, è che per ottenere quegli undici mesi in meno avrebbe dovuto presentare un’istanza al giudice di sorveglianza. E invece lui era all’oscuro di tutto. È rimasto in carcere per ignoranza, come tanti. Del resto ormai in carcere ci restano solo gli immigrati e gli ignoranti. Se si fosse difeso in tempo – aggiunge il legale -, se non avesse inanellato sette condanne senza mai occuparsi delle sue vicende giudiziarie, Pietro sarebbe rimasto in carcere non più di tre anni”, conclude Pisani.

 

”Così è stata uccisa Chicca”. I dettagli choc degli ultimi istanti di vita di Fortuna Loffredo, volata giù dal terrazzo di casa a Caivano, svelati da un’amichetta

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