“Cosa ho fatto al corpo di Loris quando è morto”. Il padre Davide: rivelazioni choc e devastanti il giorno della conferma dei 30 anni di carcere alla moglie Veronica


 

Era il novembre del 2014, tutti ricorderanno le delicatissime fasi del ritrovamento del piccolo Lorys Stival ritrovato a qualche chilometro da casa, senza vita, strangolato e legato ai bordi di un torrente. Il papà di Lorys, Davide, era in viaggio per lavoro quel giorno, nessuno può immaginare il dolore nel ricevere una telefonata che gli preannunciava la morte di suo figlio. Nessuno che non ha perso un figlio, morto ammazzato, può. Davide, a distanza di tempo, è riuscito ad andare avanti, vuole giustizia e vuole vedere la sua ex moglie in galera per tutti e trenta gli anni chiesti e confermati in primo e secondo grado. Ha scritto un libro Davide Stival, “Nel nome di Lorys” si chiama ed è dedicato all’altro figlio (“Quando ho detto a mio figlio che la mamma aveva ucciso Lorys”) e naturalmente al suo piccolo che non c’è più. “E anche quel giorno in obitorio l’ho baciato, piangendo. Era freddo. Gli occhi erano chiusi, il viso aveva un’espressione quasi serena. Non so se gliel’avessero fatta quelli delle onoranze funebri. L’ho guardato e visto così, prima che chiudessero la bara, con il rumore della saldatura che mi entrava nelle orecchie, l’aria che mi mancava, la vista che si annebbiava. Lui che se ne andava”. (Continua dopo la foto)



E’ il drammatico racconto fatto da Davide Stival a Simone Toscano di “Quarto Grado”. L’uomo, proprio nel giorno della sentenza di secondo grado, ricorda lo straziante funerale del figlio Lorys. La madre Veronica Panarello in primo grado e in appello è stata condannata a 30 anni. Il libro contiene una lunga intervista al padre di Lorys, oltre ad un contributo dell’avvocato Daniele Scrofani e a una sezione dedicata ai documenti originali dell’inchiesta. “Sai cosa vuol dire comprare i vestiti per tuo figlio di otto anni, morto? E dovergli comprare un foulard, per coprire il collo e i segni dello strangolamento? E un cappellino, per­ché gli avevano fatto l’autopsia e avevano dovuto ‘operare’ sulla sua testa? – così Davide Stival – . (Continua dopo la foto)


“Sto male solo a pensarlo di nuovo – continua – per fortuna ho avuto vicino mia madre e mio padre, senza di loro in quel momento non avrei potuto farcela. E poi aveva iniziato a essermi ac­canto il mio nuovo avvocato, Daniele Scrofani, che è diven­tato fin da subito un punto di riferimento”. Davide Stival ricorda poi l’ultimo saluto al figlio: “Prima che la calassero giù, abbiamo poggiato sulla bara il chimono regalato dalla maestra. E l’abbiamo visto andare via, così: mio figlio, in una bara bianca, ricoperta da metri e metri di terra”. (Continua dopo la foto)


 


“Ora capisco – conclude – cosa vuol dire ‘che la terra ti sia lieve’, perché pensarlo sotto la terra pesante fa male, è un’immagine che non ti fa dormire. Speri sia lieve, leggera, che non gli provochi ‘dolore’. E’ incomprensibile forse, per chi non lo ha vissuto, ma in quei momenti pensi solo a lui, al suo bene”. Una vicenda atroce, terribile: forse il dolore più grande che un essere umano riesce a malapena a sopportare.

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