“Ecco come è morta mamma, ho visto tutto”. Ci sono voluti 6 mesi d’indagini per arrivare alla verità sul caso di Laura Pirri. Quelle ustioni su metà del corpo non l’aveva provocate una bomboletta da campeggio difettosa. Cosa è successo


 

La svolta nella morte di Laura Pirri, 32 anni ancora da compiere, arriva ora. A 6 mesi da quei 18 giorni di agonia trascorsi nel reparto di rianimazione dell’ospedale civico di Palermo e scanditi da dolori lancinanti per le gravissime ustioni riportate sul 40 per cento del suo corpo. Laura è morta il 25 marzo e ieri mattina, 7 settembre 2017, alle prime luci dell’alba, è stato arrestato il suo compagno, Sebastiano Iemmolo, 36 anni, con le accuse di “femminicidio, maltrattamenti in famiglia nei confronti di un minore ed incendio”. Gli inquirenti non hanno creduto dal principio alla storia delle fiamme provocate da un difetto della bombola da campeggio che Laura stava maneggiando in quel maledetto 7 marzo. La versione fornita da Iemmolo non convinceva: non c’era compatibilità fra l’incidente descritto e le ustioni di Laura e quelle del suo compagno (si è bruciato il dorso di una mano). C’era, invece, un forte odore di un diluente simile all’acetone in casa, si legge sul Corriere della Sera. E lui, Iemmolo, sapeva che sarebbe stato difficile farla franca, anche perché c’era un problema grosso come una casa: il loro bambino aveva visto tutto. Bisognava convincerlo a non dire la verità. (Continua dopo la foto)



Sulle prime, il figlio di Laura e Sebastiano, 9 anni, è corso dalla nonna al piano di sotto e, con la sincerità che contraddistingue tutti i bambini, le ha detto: “Nonna corri, aiutaci, perché papà ha dato fuoco alla mamma”. Quella era la verità. Non il difetto della bombola da campeggio, come raccontato agli investigatori. Da quel momento, si legge sempre sul Corriere, Iemmolo ha iniziato a “istruire” il figlio. Le intercettazioni del 24 marzo, quando Laura era ancora in ospedale, scorso sono chiare: “Tu ascoltami a me. Quando vengono quelle persone tu non ci devi parlare. Lo sai, non è che sono solo io, è la mamma che non vuole”. Gli chiede di non parlare con psicologi o assistenti sociali che lo cercano quando è a scuola e gli fa credere che è sua mamma a volerlo. (Continua dopo le foto)



 


Ma quella frase detta alla nonna subito dopo “l’incidente”, definita poi attendibile dagli inquirenti, ha fatto scattare un’attività d’indagine lunga e intensa che si è poi conclusa ieri con l’arresto di Iemmolo. E ha scoperchiato un’altra verità da brividi, non solo quella dell’omicidio con il liquido infiammabile gettato addosso alla 32enne solo perché aveva osato negargli 20 euro raccolti a forza di chiedere l’elemosina fuori dalle chiese. In quell’occasione lui è andato su tutte le furie e, dopo averla riempita di botte, le ha dato fuoco di fronte al figlio, ma erano anni che Laura viveva in un incubo. Sono 44 le pagine dell’ordinanza che, grazie a testimonianze e intercettazioni, riassume tutto. Discussioni feroci e lividi quotidiani: “Una storia triste che purtroppo, come sappiamo, non è l’unica nel nostro Paese – commenta il procuratore Francesco Paolo Giordano. La famiglia di Laura, che non ha mai creduto all’incidente con la bomboletta, sapeva. I vicini sapevano. “Laura aveva gli occhiali anche quando non c’era il sole”, raccontano.

Sono passati 20 anni dall’omicidio di Marta Russo: un fatto che ha sconvolto l’Italia. Unici imputati (e condannati) del delitto furono Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Dopo aver scontato la pena ecco come sono diventati e che cosa fanno oggi