Omicidio Yara, per i giudici non c’è alcun dubbio. Dopo oltre 15 ore di attesa è arrivato, a tarda notte, il verdetto su Massimo Bossetti. Cosa hanno deciso e le reazioni a caldo delle famiglie coinvolte


 

Per i giudici nessun dubbio: Massimo Bossetti è l’assassino di Yara Gambirasio. La sentenza della corte d’assise d’appello di Brescia arriva a mezzanotte e mezza, dopo 15 ore di camera di consiglio, e conferma l’ergastolo già inflitto in primo grado. Il verdetto letto dal presidente Enrico Fischetti accoglie l’impianto accusatorio: è l’imputato il responsabile dell’omicidio della 13enne di Brembate, scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata in un campo di Chignolo d’Isola tre mesi dopo. Un delitto aggravato dalla crudeltà e dalla minorata età della vittima. Confermata l’assoluzione per calunnia nei confronti di un collega su cui aveva puntato il dito. Una mancata imputazione che evita l’isolamento diurno di sei mesi chiesto dall’accusa. Il muratore di Mapello è impietrito quando viene letta la sentenza: la corte non crede alla sua innocenza, non concede la perizia sul Dna. Le lacrime solcano il volto di chi si sente vittima del “più grave errore giudiziario di questo secolo”. Si asciuga il viso anche la moglie Marita che esce da una porta secondaria per evitare le telecamere, così come la madre Ester e la sorella Laura. (Continua dopo la foto)







Per i difensori, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, “ha perso la giustizia, Bossetti è stato condannato senza aver potuto partecipare a nessuna indagine genetica. È stato leso il diritto alla difesa, chiedevamo solo una perizia per togliere i tanti dubbi”. Il verdetto rende giustizia a mamma Maura e papà Fulvio che restano lontano dal clamore mediatico. “Quando sento pronunciare la parola ergastolo non sono mai soddisfatto come avvocato, ma le carte processuali dicono che la sentenza andava confermata. Nessuno ci restituirà Yara, ma giustizia è stata fatta, non abbiamo mai cercato un colpevole a caso”, dice Enrico Pelillo, avvocato della famiglia Gambirasio. La sentenza dà ragione a un’indagine record. La prova scientifica regge: la traccia mista sugli slip e i leggings della 13enne lega vittima e Bossetti. “Io non confesserò mai un delitto che non ho fatto” le parole dell’imputato nelle dichiarazioni spontanee, ricordando come Yara “poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi. Neppure un animale avrebbe usato così tanta crudeltà”. (Continua dopo le foto)





 

Per il sostituto procuratore generale Marco Martani è il muratore di Mapello “il sadico” che ha colpito la 13enne, l’ha accoltellata alla schiena, al collo e ai polsi e l’ha lasciata agonizzante nel campo incolto di Chignolo d’Isola. E’ lui che “attratto dalle ragazzine” avrebbe tentato un “approccio sessuale” sfociato nel sangue. “La violenza non fa per me, non è la mia indole, non sono un assassino, ficcatevelo in testa una volta per tutte. Sono innocente”, l’appello prima della decisione che lo rispedisce nel carcere di Bergamo da cui Bossetti sperava di uscire presto “a testa alta”. Non sarà così, per ora: solo dopo il deposito delle motivazioni, tra 90 giorni, la difesa presenterà ricorso in Cassazione e chiederà nuovamente la perizia sul profilo genetico e l’accesso ai reperti finora negato.

“Vi imploro, vi supplico concedetemi la superperizia” sul Dna così “posso dimostrare con assoluta certezza la mia estraneità. Non posso essere condannato con un Dna anomalo, strampalato, dubbioso”. Quella traccia “non può essere mia, c’è un errore”, le frasi con cui l’imputato si è rivolto alla corte prima della camera di consiglio. Contro il muratore di Mapello un quadro concordante: il furgone davanti alla palestra di Brembate, le fibre sulla vittima compatibili con la tappezzeria del suo Iveco; le sferette metalliche sul corpo di Yara che rimandano al mondo dell’edilizia, l’assenza di alibi e le ricerche hot sulle 13enni trovate sul pc dell’imputato. Un insieme di elementi che non lasciano dubbi ai giurati: Bossetti è colpevole.

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“Bossetti stava morendo, è successo in cella. Ecco cosa abbiamo fatto per salvarlo”. Le parole choc dell’ex compagno di carcere dell’imputato per l’omicidio di Yara Gambirasio. È lui a rivelare cosa accadde in quei momenti

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