“Quella famosa canzone che scrisse con Faber”. A poche ore dalla morte di Paolo Villaggio si moltiplicano i ricordi. Non solo Fantozzi: ecco il retroscena su Fabrizio De André che in pochi conoscono


 

Un’amicizia di vecchia data. Di quelle che non si cancellano. Lui, Paolo Villaggio, negli ultimi giorni di Fabrizio non volle vederlo. Troppi, probabilmente, i ricordi. Troppo grande pure il dolore. Si erano conosciuti a Cortina una giorno del 1948. Villaggio era «un ragazzino incazzato che parlava sporco», diceva De Andrè. «Gli piacevo perché ero tormentato, inquieto ed egli lo era altrettanto, solo che era più controllato». Ribelli, in due famiglie bene. Non si lasciarono più. E insieme composero uno dei più grandi capolavori del Faber quando De Andrè di anni ne aveva 22 e Villaggio 30: “Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers”. Su quest’ultima uscì anche “La vera storia di Carlo Martello”, edito nel da Dalai nel 2011. Nel libro Villaggio racconta come la canzone sia nata una notte in cui De Andrè aveva perso una scommessa ed era stato costretto a mangiare un topo morto: “Fabrizio è pallidissimo: ‘Passatemi la chitarra’, dice, ‘suonicchio un po’, così mi passa…'” – scrive Villaggio – “Tocca le corde, plin plin… ‘Che bello questo motivo’, dico io, ‘sembra una musica trovadorica’.” (Continua dopo la foto)







Ancora: “Fabrizio mi guarda: ‘Tu che sei un patito di storia medievale, aiutami a scrivere le parole’. E cominciamo. Re Carlo tornava dalla guerra / lo accoglie la sua terra / cingendolo d’allor…”. “Carlo Martello”, per via delle sue influenze medievali, era sicuramente una canzone atipica per il periodo: “Quella che venne fuori era una canzone troppo atipica per gli standard dell’epoca” – ricordava Villaggio in un’intervista concessa a Gino Castaldo in occasione del decennale della scomparsa di De Andrè – “Era rivolta a un target diverso da quello delle canzonette che giravano, così pensammo di portarla a Milano a Nanni Ricordi, l’unico discografico illuminato che conoscevamo”. (Continua dopo le foto)




 


 

 

Ricordando Faber, invece, Villaggio lo dipingeva com un uomo “allegro, divertente, paradossale, disposto a cose molto normali. L’hanno confinato in quella zona, sono soprattutto i nuovi amici di allora, che allora non c’erano, che se lo ricordano così, non tanto allegro, ombroso, invece aveva una voglia di comunicare assoluta, e col tempo ce l’ha fatta”. E chi lo sa che adesso, da qualche parte, non si reincontrino. Paolo Villaggio avrebbe detto di no, per quelle sue convinzioni che più volte avevano suscitato dibattito, ma le illusioni aiutano a vivere se non bene, almeno un po’meglio.

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