Chi non conosce (e usa) i cosmetici Kiko? Ecco cosa è stato scoperto dalle forze dell’ordine


 

Ombretti, ciprie, rossetti, smalti, profumi, creme per il corpo, shampoo e anche articoli delicati, come creme solari ultra-protettive per i neonati. Tutti contraffatti. Questi i prodotti, ma nei tre complessi industriali di Somaglia, Sant’Angelo Lodigiano e Livraga, finiti sotto la lente degli investigatori, i finanzieri di Lodi hanno trovato anche laboratori, linee di produzione e magazzini di materie prime. Una vera e propria holding del falso quella sgominata dalle fiamme gialle coordinate dalla locale procura della Repubblica e messa a punto, secondo l’accusa, da tre fratelli imprenditori radicati nel Lodigiano che hanno dato vita a una serie di aziende specializzate nella commercializzazione e nella ricettazione in forma organizzata di una ampia gamma di prodotti cosmetici riportanti marchi contraffatti Pupa, Kiko, Calvin Klein, Bilboa, Dermacos, Revlon. Un impero del falso che, secondo la ricostruzione degli inquirenti e stando a quanto riportato dal quotidiano La Repubblica, nel giro di 5 anni ha fatturato 10 milioni di euro e impiegato 92 dipendenti. (Continua a leggere dopo la foto)



Cosmetici taroccati e quindi potenzialmente dannosi per la salute che venivano stoccati nei tre stabilimenti citati da cui poi venivano immessi sul mercato, soprattutto in Campania e Sicilia. I tre stabilimenti, si legge ancora su Repubblica, sono stati ora sequestrati su ordine dell’autorità giudiziaria, in vista di una confisca definitiva. Le indagini sono scattate nell’estate del 2015 da un controllo a un furgone che viaggiava sulla Provinciale 107. All’interno del mezzo erano stati trovati circa 800 flaconi di crema solare senza alcun marchio, ma che per forma e colori richiamavano quello delle creme Bilboa.

(Continua a leggere dopo le foto)



 

Da lì sono partiti successivi accertamenti che hanno portato prima alla scoperta degli stabilimenti industriali, con oltre 400mila prodotti già confezionati, 300mila etichette contraffate e 1 milioni di pezzi pronti per la spedizione. Le fiamme gialle di Lodi hanno quindi ricostruito un sistema di società di copertura che portava ai tre fratelli, tutti residenti nel Lodigiano. La compravendita della merce contraffatta da parte di negozi e società campane e siciliane avveniva tramite ricariche con le carte Postepay, per non lasciare traccia, tanto che nessuno dei soggetti giuridici coinvolti nell’indagine risultano aver mai presentato una dichiarazione dei redditi.

“Sono tossici e portano alla morte”. Aveva ragione ‘Striscia la Notizia’ che ha lanciato l’allarme poi confermato dalla Guardia di Finanza. Ecco il prodotto incriminato (se ne avete ancora in casa, liberatevene)