Caso Elena Ceste, ecco il “dettaglio” che ha portato all’arresto del marito Michele


Che Michele Buoninconti sia l’unico indagato per la morte della moglie Elena Ceste non è una notizia dell’ultim’ora. Ma la cronaca, giorno dopo giorno, sulla base delle informazioni che trapelano dalle indagini, offre nuovi elementi sulla posizione di Michele e sulle dinamiche del giorno della scomparsa della mamma di Costigliole d’Asti. Dunque, ogni passo, azione o parola di Michele, nel corso degli ultimi mesi, sono state attentamente valutate e messe in relazione tra di loro. E si viene a capire qual è il principale “passo falso” dell’uomo, che lo ha portato in carcere. E’ l’11 aprile 2014 quando una microspia collocata in casa del Buoninconti coglie alcune sue parole: Michele evidenzia come Elena non possa essere uscita da sola di casa la mattina della scomparsa perché non era in possesso né delle chiavi per aprire il cancello né del telecomando (li aveva proprio Michele). L’unica alternativa era recarsi al piano di sopra e azionare il meccanismo di apertura del cancello da lì, ma fatto questo Elena sarebbe dovuta correre per le scale perché il cancello si chiude molto in fretta. Operazione, questa, che Elena Ceste non poteva compiere: la donna aveva da poco subito un intervento alla gamba e non era in grado di correre per le scale, quella mattina dunque non può essere uscita da sola. Ma non è tutto qui.(continua dopo la foto)








Il giorno della scomparsa Michele chiama ripetutamente Elena, e quando gli inquirenti gli chiedono spiegazioni il vigile del fuoco risponde di non aver mai chiamato la moglie perché aveva trovato il suo cellulare in casa. “Sarei stupido a chiamare un telefono che ho in mano”, ha detto nel corso degli interrogatori perdendo l’occasione di dire semplicemente che stava cercando di contattare la moglie perché preoccupato dal fatto che non la sentisse da un po’. Buoninconti conclude dicendo che le chiamate sono partite per errore ma i giudici hanno invece ritenuto che l’unica soluzione plausibile sia che Michele stesse cercando il telefono della moglie per capire se fosse finito in macchina o se stesse ancora in casa. Il racconto di Michele pare in definitiva troppo confusionario e contorto, e se a tutto questi si aggiungono i comportamenti dell’uomo che era solito corteggiare altre donne nel momento in cui i carabinieri si affannavano per cercare la moglie (o il suo corpo senza vita) il quadro di riferimento assume contorni abbastanza definiti. “Elena Ceste non è stata ammazzata: ecco com’è morta”

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