Torneranno i prati, l’ultima fatica di Olmi è un grido di dolore dalle trincee della Grande Guerra


«Noi abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti di quei giovani e dei civili, delle milioni di persone che sono morte. Non abbiamo spiegato perché sono morti. Noi li abbiamo traditi. Ora celebriamo il centenario con fanfare e discorsi, ma se prima non sciogliamo il nodo di vigliaccheria e ipocrisia resteremo in quella fascia neutrale che è già tradimento». Sono le dure parole del regista Ermanno Olmi nel videomessaggio inviato all’anteprima stampa del suo film Torneranno i prati, nelle sale dal 6 novembre.

 








 

Il regista, 83 anni, è ricoverato da un paio di giorni al San Raffaele di Milano per accertamenti per una sospetta broncopolmonite e non ha potuto presenziare alla prima romana per la stampa del suo ultimo lavoro che racconta le dolorose vicende dei soldati in trincea durante la prima guerra mondiale, poco prima di Caporetto. Lo ha dedicato al padre, che come tanti si ritrovò poco più che ragazzo, a 19 anni, sul Carso.




 

Gli interpreti Claudio Santamaria, Francesco Formichetti e Alessandro Sperduti hanno girato in condizioni proibitive, con oltre quattro metri di neve, con la lancetta del termometro spesso sotto lo zero. «Ricordo il nostro primo dialogo durante le riprese – racconta Claudio Santamaria – Lui nel girare ci ha chiesto di esprimere il dolore degli esseri umani di cui vestivamo i panni, sottolineando che il suo non era un film sulla guerra ma un film sui sentimenti degli uomini coinvolti. E le sue indicazioni sono state fondamentali per esprimere quello che lui ci chiedeva».


E aggiunge un’amara considerazione: «Basta studiare le cronache di quel tempo per capire come è stato macellato il seme di più di una generazione. Soldati mandati al macello spesso senza neanche una logica. Tutto questo viene ignorato o quasi. Ermanno vuole mostrarci proprio questo ed aprire la riflessione».

 

 

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