La seconda stagione del Pulp Podcast di Fedez si apre col botto. Arrivano le dichiarazioni choc di un personaggio molto noto, almeno fino a qualche anno fa. “Hai avuto degli amici veri nell’organizzazione per cui ti è dispiaciuto di aver barattato la tua libertà per la loro?” la domanda del rapper. La replica è secca: “No, no… niente. Quando ho collaborato l’ho fatto per convenienza, nel 1994, ho detto tutto quello che avevo fatto”. Prima nascosto dietro un volto celato, poi davanti alle telecamere, oggi il 71enne parla anche con nostalgia.
“Le evasioni le rifarei subito se capitasse. Il pathos che ti danno non ha eguali, soprattutto se si fugge da un carcere speciale”, aggiunge l’intervistato. Tra i contributi del podcast compare anche la voce del giornalista del Gazzettino, Maurizio Dianese, che ha seguito il caso per anni. “… mi ha contattato un anno fa, nessuno aveva capito che aveva una depressione fortissima, cominciata con la fuga dal carcere di Fossombrone. ‘Voglio scrivere l’ultimo libro con te, mi disse'”. Ecco di chi stiamo parlando.
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Il primo omicidio, la droga, il colpo più ricco e i rapporti con lo Stato
Felice Maniero, detto “Faccia d’Angelo”, il boss della Mala del Brenta, ha parlato con Fedez in occasione dell’uscita del volume, dal titolo “Come me nessuno mai”, che uscirà a gennaio per Feltrinelli. “Lui è il più grande bandito del Nord Italia, aveva una banda con 400 soldati – prosegue il cronista – ha messo da parte almeno 33 miliardi di lire che non verranno mai trovati perché li ha spesi”. Tra i ricordi più particolari, quello dei furti di Parmigiano: “Uno bastava quasi per comprare una Ferrari”, sottolinea.

Maniero ricostruisce anche la svolta con la droga: “Io e altri non eravamo favorevoli; un’altra parte di noi sì. Nel 1980 non era mai avvenuto un omicidio per la nostra organizzazione, chi tradiva veniva allontanato”. Il primo omicidio, dice, fu “un ragazzo di 30 anni che non era neanche granché”. Aggiunge: “Io ero in carcere, l’hanno ucciso a casa, per il traffico di droga, subivamo pressioni dai nostri, dalle mafie del Sud e dai milanesi”.


Non mancano i colpi clamorosi. Maniero ricorda: “Il Casinò di Venezia, abbiamo preso 8 o 9 miliardi. Facilissimo, è andata liscia”. Poi il colpo al treno: “Lo abbiamo fermato con il freno di sicurezza, eravamo 4 o 5 a bordo. C’era una camera blindata e avevamo messo il tritolo. Sparo in aria, vedo che scappano tutti. A quel punto ho acceso l’esplosivo. È scoppiato il vagone e una ragazza di vent’anni è rimasta uccisa nell’esplosione”.
Infine, il racconto dei rapporti con lo Stato: “Se ne ho avuti? Madonna. Pagavamo l’ispettore capo della polizia di Stato 6 milioni al mese, quello dei carabinieri anche lui lo pagavamo; poi avevamo un colonnello dei servizi segreti”. Una confessione che conferma, ancora una volta, quanto fosse profondo l’intreccio tra la Mala del Brenta e alcuni apparati istituzionali.


