Nicola Piovani, dopo aver chiuso Caffeina Festival 2017, ci ha concesso questa lunga e intensa intervista. Anche le sue parole sono musica per le nostre orecchie. Cosa ci ha detto


 

Caffeina Festival 2017 ha chiuso la sua undicesima edizione la sera del 2 Luglio in un’affollatissima Piazza San Lorenzo, a Viterbo. Nicola Piovani, compositore di alcune delle più belle colonne sonore degli ultimi trent’anni, ha portato in scena lo spettacolo creato per il Teatro Argentina di Roma e presentato a ‘Che tempo che fa’ dal titolo “La musica è pericolosa”. Parole e suoni si sono mescolati a presentare la carriera del compositore attraverso i film di Fellini e di Benigni, ma hanno narrato anche la mitologia, mostrata attraverso musica, racconti e immagini. Nicola Piovani, completamente immerso nell’elemento teatrale, indossando una morbida camicia di velluto blu, ha narrato di esperienze divertenti e commoventi, diffondendo brividi sulla platea non appena posava le mani sul pianoforte. Ho deciso di intervistarlo indagando il rapporto fra musica e parola, fra poesia, letteratura e note, cercando di scoprire in quale modo la musica possa diventare pericolosa. Lei ha lavorato per il teatro, il cinema e la televisione. Quale di questi mondi è quello che preferisce? In quale dei tre la musica può esprimersi al suo meglio ed essere maggiormente valorizzata? Con “La musica è pericolosa” racconta anche il suo percorso artistico all’interno del teatro, che possiamo dire sia la culla della musica. Ho avuto modo di ascoltare una lezione di Riccardo Muti all’Opera di Roma qualche anno fa, dopo averlo già sentito nell’Aula Magna della Sapienza, l’argomento che trattava era molto simile, le sue dita sul pianoforte le stesse, eppure mi è sembrato che il sipario, le quinte e quel silenzio intimorito e impaziente che scende sul pubblico quando si spengono le luci di sala gli regalasse tutta un’altra passione. Mi sbaglio? “In questa stagione della mia vita ho scelto il Teatro, il luogo dove la musica vive nella sua interezza fisica e emotiva. Il teatro con i suoi riti, certo, ma soprattutto il teatro inteso come incontro carnale, collettivo, condiviso di un pubblico con la musica, o meglio, con persone che suonano, nel silenzio di una sala che ascolta, con i telefoni più o meno spenti”. (Continua a leggere dopo la foto)



Ci hanno sempre insegnato che la musica è salvifica, che la musica è un bisogno, può essere un’educazione, è una cura. Eppure il suo spettacolo porta il titolo “La musica è pericolosa”. Cosa significa? “Molti i luoghi comuni che ripetiamo sulla musica. Per esempio che “nobiliti l’animo” tout court, e poi arriva sempre qualcuno che ci obietta che i Nazisti, mentre compivano crimini nefandi, ascoltavano estasiati Wagner e Beethoven. La musica, si sa, è un linguaggio privo di sostantivi e di verbi, è priva di contenuti, e si presta ad applicazioni ambigue, come in quegli spot pubblicitari in cui si usa un classico di Mozart o di Beethoven o di Strauss per vendere più liquori, o detersivi, o carta igienica. Ma la pericolosità che intendo io con questo titolo è la pericolosità gioiosa che si affronta quando si incontra la bellezza, quella profonda, non edonistica, consumistica, superficiale. La bellezza ci può cambiare, alla fine di una scoperta di bellezza – musicale, artistica, poetica – non siamo più gli stessi, e possiamo scoprire che la nostra vita va cambiata. Insomma, è pericolosa come lo sono gli innamoramenti adolescenziali. (Continua a leggere dopo la foto)


 

Nello spettacolo che ha messo in atto stasera non c’è solo musica, ma anche parole. Sul suo sito, in presentazione allo spettacolo leggo: “Nel racconto teatrale la parola arriva dove la musica non può arrivare, ma, soprattutto, la musica la fa da padrona là dove la parola non sa e non può arrivare”. Come mai Nicola Piovani ha bisogno delle immagini e della parola? Non basterebbe solo lei? “A volte la musica, incontrandosi con la parola, può dare dei risultati espressivi giganteschi, il rapporto fra musica e parola, da sempre studiato e esplorato dagli artisti musicisti, è un campo che secondo me ha ancora molto da scoprire e molte sorprese ci potrà regalare”. Quanto è la musica a rendere un film straordinario e quanto le immagini dei registi a rendere la musica memorabile? Ci ricorderemmo con tale vividezza alcune immagini di film se fossero prive di musica? “Esistono capolavori cinematografici con poca o nulla musica, come per esempio il cinema di Bunuel, e grandi film inzuppati di musica da capo a piè, come nel il cinema di Fellini. Non c’è una regola. Quando un commento musicale a un film è congruo, può essere di grande aiuto al racconto, quando una musica invece va per conto proprio, distrae dal film, è nociva più che inutile”. (Continua a leggere dopo la foto)


“La musica è pericolosa” è anche un libro edito da Rizzoli. Durante i miei anni di università ho seguito il corso di Rostagno sulla storia della musica alla Sapienza. Devo dire che da illetterata in campo musicale le sue parole, spesso accompagnate da piccoli suonati al pianoforte, mi hanno totalmente affascinata e fatto comprendere quanto profondamente tutte le arti siano collegate. La musica può quindi essere narrata, si può trasmettere la passione verso di essa descrivendola, spiegandola, analizzandola, e solo dopo ascoltandola? “Per trasmettere la passione per la musica, bisogna innanzitutto amarla. E secondo me un approccio intellettualistico non aiuta a far scoprire le bellezze sensuali, l’intelligenza passionale che la grande musica contiene”. Ma poi, si può provare a spiegare il vino, i sommelier lo fanno; ma se chi ascolta è astemio, ci sono pochi margini per capirsi.

Intervista e testo di Claudia Paccosi.

 

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