Oscar Farinetti a Caffeina Festival 2017 per presentare il suo libro “Ricordiamoci il futuro”. Al termine dell’evento, ci ha rilasciato questa esclusiva intervista. Le sue parole


 

Oscar Farinetti è stato ospite di Caffeina Festival 2017 con il suo libro “Ricordiamoci il futuro”, edito da Feltrinelli. Finito di firmare tutte le copie del libro, un vero sold-out, Oscar Farinetti ci concede un’intervista. Il suo tono è quello che tutti noi ormai conosciamo bene, pieno di energia ed entusiasmo, ottimista ma sempre ben ancorato alla realtà. La conversazione sarà molto interessante. I suoi racconti hanno un carattere sincretico e paradigmatico e l’agricoltura ne è il filo conduttore. Sull’agricoltura, l’Impero Romano aveva basato la sua economia, dobbiamo anche in questo caso guardare al passato (“copiare”, come lei suggerisce) per costruire il futuro? Che ruolo ha l’ecologia in tutto questo? “L’ecologia ha il ruolo dei ruoli. Il tema dei prossimi trent’anni sarà uno solo: salvare questo pianeta. In questo momento abbiamo in 16 stati africani con una carestia totale, quindi vuol dire che è prevedibile che dagli 800 milioni di persone che hanno problemi di fame si potrebbe arrivare a una cifra incredibile. È attaccata anche l’Europa e siamo attaccati noi, abbiamo dei problemi di mancanza d’acqua notevoli, di agricoltura che cambia, l’effetto serra esiste e, se non fermiamo questo aumento delle temperature, rischiamo esiti del tutto tragici. Per scongiurare questo scenario, dobbiamo far diventare quello che percepiamo come puro “dovere” un “piacere” e un “affare”: comportarsi bene, e quindi ad esempio comprare una maglia tinta con colori ecologici, deve essere sbandierato e reso cool e, allo stesso modo, le aziende vanno incoraggiate: per loro, lavorare eticamente deve diventare un affare. C’è bisogno che comportarsi bene diventi una moda, questo è il nucleo centrale su cui sto cercando di lavorare”. (Continua a leggere dopo la foto)



Da cosa dobbiamo partire, quindi? “Bisogna partire dalla scuola, dalla comunicazione e dalla politica. Eataly l’ha già dimostrato per il cibo che è possibile agire in questo modo. All’ingresso di tutti gli Eataly c’è la grande frase dello scrittore Wendell Berry che dice “mangiare è un atto agricolo” – dobbiamo riuscire a convincere il cliente finale che, a seconda di quello che lui decide di mangiare, l’agricoltura cambia. Pensa se tutti di colpo decidessimo di non bere e mangiare più  prodotti e bevande coi coloranti, cambierebbe il mondo. Noto forti miglioramenti, conto moltissimo sulla generazione dei 20enni-25enni di oggi”. Perché? “Perché sono già nati nel disagio. Io ho tre figli, uno di 36, uno di 32 e uno di 27 e sto molto coi loro amici, perché io voglio restar giovane, sto impegnandomi da morire per farlo e frequentare i giovani ti aiuta molto – come diceva Ovidio, la giovinezza è uno stato mentale. Noto che la generazione del mio più piccolo è molto più propensa a “sbattersi”. Io ho cercato anche di analizzarne il motivo: è perché, mentre la generazione dei miei figli più grandi è ancora nata con l’aspettativa di vivere meglio di noi, questi ventenni sono già nati in una situazione difficile. Vivere nelle avversità e prenderne coscienza ti fa “sbattere” di più”. (Continua a leggere dopo la foto)


 

Tutti i suoi riferimenti letterari: lo Steinbeck di “Furore”, il Dostoevskij dell’ “Idiota” e poi anche Hemingway, London, Fuentes e, per giunta, l’incedere di alcuni passaggi del libro – come quelli su Hemingway  – mi sembra riecheggino l’incedere del Lee Masters dell’ “Antologia di Spoon River”. Le chiedo, qual è il suo rapporto con la letteratura? Sempre in tema di futuro, pensa che la scrittura continuerà per lei a farne parte? “Il mio rapporto con la letteratura è di fanatismo totale, il mio unico e vero hobby, la cosa che mi piace di più fare è leggere. Chi fa il mio mestiere, purtroppo, ha poco tempo per farlo, quindi lo rubo ad ogni momento, se posso, dovunque, cerco di leggere, leggo anche in sauna – ormai riconosco la qualità degli editori dei libri da come son rilegati nella sauna, di quelli mal rilegati i fogli si sfilano tutti – ride. C’è anche un altro autore nel libro, la storia del fuoco nasce dalla lettura di questo libro pazzesco, scritto da Roy Lewis nel 1960, “Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”, un libro che mi ha cambiato la vita e l’ho “scopiazzato” per scrivere la mia storia, cambiando i personaggi, lo dichiaro nel libro. Sì, i libri. Bisogna leggere i libri. Bisogna leggere classici. Bisogna partire da lì. Adesso mi sto accanendo su “Furore” perché il 14 luglio lo presento nel mio bosco, ho un bosco che si chiama “Il bosco dei pensieri” e in questo bosco dedichiamo tutta l’estate a presentare i grandi classici – abbiamo fatto Proust, Dostoevskij, abbiamo fatto “Guerra e pace”, un libro in cui tu combatti con le prime cento pagine e poi, se ce la fai a superarle, le altre mille vengono da sole. Steinbeck è stato un grande giornalista, ha vinto il Pulitzer e poi il Nobel, accusato di essere comunista – questo libro esce nel ’39, ormai alla fine della Grande Depressione, ma soprattutto nel ’40 lo scopre Bompiani, lo traduce e Mussolini lo mette al bando, dice che è un libro di comunisti e lo fa bruciare. Ricapitolando, la letteratura mi piace da matti, però faccio l’imprenditore quindi vivo questa dicotomia totale tra l’essere molto coi piedi per terra e il volare alto”. (Continua a leggere dopo la foto)


Non si tratta, tuttavia, di mondi necessariamente inconciliabili… “Non lo sono, tuttavia molti non lo capiscono. A volte vengo disprezzato da chi fa l’imprenditore perché mi giudica un poeta da strapazzo e da chi fa l’intellettuale che mi giudica un imprenditore che vuole fare letteratura. E’ tutta la vita che vivo nel mezzo. Sono di sinistra e sono pertanto giudicato comunista dai miei colleghi imprenditori di destra e sono però giudicato di destra dai comunisti – hai presente la clessidra, io sono sempre nel buco in mezzo – ride. Poi è da sfatare l’idea che le cose di sinistra, per essere abbastanza di sinistra, non debbano funzionare bisogna sempre criticare e mai parlare di soluzioni. Se poi trovi una soluzione chi critichi? Il famoso “dire qualcosa di sinistra” vuol dire parlar male di qualcuno. Si dice spesso che in Italia non c’è coraggio imprenditoriale. E’ d’accordo con quest’affermazione? Se sì, perché pensa che questo accada e cosa possiamo fare per invertire il corso degli eventi? “È vero. Abbiamo avuti periodi in cui noi italiani eravamo molto più coraggiosi – nel libro, infatti, cito il momento del miracolo economico del dopoguerra come invenzione da copiare in tema di coraggio. Il coraggio nasce dalla paura e dal toccare il fondo. Sai perché noi nelle Langhe facciamo il vino più buono e venduto nel mondo, il Barolo? Perché nel 1986 abbiamo avuto lo scandalo del vino adulterato col metanolo, che provocò danni irreversibili a decine di persone e, in alcuni casi, addirittura la morte. Avevamo toccato il fondo e da lì siamo ripartiti. Politicamente parlando, il fondo mi sembra che lo stiamo quasi toccando adesso. Quella del Barolo mi sembra un’allegoria calzante anche in questo caso. (Continua a leggere dopo la foto)

Ultima domanda. Cosa pensa di Caffeina? “Di Caffeina penso tutto il bene del mondo. Intanto, penso che sia straordinario che questi due soci e amici continuino a volersi bene e a scherzare tra di loro dopo ben undici edizioni – altre persone, al loro posto, si sarebbero già accoltellate. L’altra cosa che penso è che non fanno tutto questo per soldi, lo fanno per il territorio. Stasera gli ho fatto una domanda, gli ho chiesto se i viterbesi gli vogliono bene e la loro risposta è stata: probabilmente sì. Questo è molto bello, perché in genere si tende a non parlar bene di chi fa le cose. Secondo loro, sono stati anche molto apprezzati dall’ultimo colpo che hanno fatto quest’inverno che è un po’ una novità, con un successo enorme (il Christmas Village). Penso molto bene di Caffeina e vengo ogni volta perché m’invita Annalisa Canfora, perché i due bastardi (Filippo Rossi e Andrea Baffo, gli ideatori e organizzatori dell’evento, ndr) non m’invitano mai (ride)”.

Testo e intervista di Flavia Stefani.

 

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