Le ferie? L’ultima parola spetta al datore di lavoro (lo dice il giudice)


Il lavoratore non può scegliere arbitrariamente il periodo di godimento delle ferie: deve coordinarsi con le esigenze di un ordinato svolgimento dell’attività dell’impresa. La concessione delle ferie, inoltre è una prerogativa riconducibile al potere organizzativo del datore di lavoro. A dirlo è la Corte di Cassazione nella sentenza 25159/14, depositata il 26 novembre. Ecco il caso, commmentato dal portale specializzato Diritto e giustizia. Il giudice del lavoro del tribunale di Milano aveva giudicato illegittimo il licenziamento e reintegrato la lavoratrice nel suo posto di lavoro, sostenendo che il comportamento della stessa non potesse ritenersi in malafede, in quanto, a precisa richiesta della lavoratrice, la società datrice di lavoro, pur avendo concesso solo in parte il periodo di fiere richiesto, tuttavia non aveva neppure espressamente rigettato la domanda per il periodo residuo. La società si opponeva alla decisione. Così, la Corte d’appello respingeva la richiesta dalla lavoratrice, la quale ricorreva in Cassazione. La Suprema Corte ritiene che, a fronte della richiesta della lavoratrice di fruire di determinati periodi di ferie, la risposta della società era stata assolutamente chiara ed inequivocabile: l’azienda autorizzò unicamente il periodo di ferie richiesto, con la conseguenza che le ulteriori pretese ferie, di fatto godute dalla lavoratrice, erano frutto di una illegittima autodeterminazione e collocamento unilaterale in ferie da parte della stessa. Ciò, sostiene il Collegio, è in contrasto con l’art. 2109 del codice civile e con il consolidato orientamento giurisprudenziale e dottrinario in materia, secondo il quale il lavoratore non può scegliere arbitrariamente il periodo di godimento delle ferie, trattandosi di evento che va coordinato con le esigenze di un ordinato svolgimento dell’attività dell’impresa e la cui concessione costituisce una prerogativa riconducibile al potere organizzativo del datore di lavoro. Pertanto, la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità.

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